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Politica

Il miracolo catodico: Vannacci e il culto dello share

di Redazione -


di GIULIANO GUIDA BARDI

Roberto Vannacci, due prime time in trentadue giorni

Il 12 luglio scorso Roberto Vannacci era ospite di In Onda, su La7, appena un mese dopo il passaggio da Lilli Gruber a Otto e mezzo. Due presenze in trentadue giorni in prime time sulla stessa rete. E poiché la visita di giugno aveva toccato il 9,9 per cento di share — con lo stesso conduttore di In Onda a certificare, ammirato, che il generale «ha bucato lo schermo» — non serviva un semiologo per prevedere il bis.

La televisione ha una sola fede, quella nell’audience, e la onora con precisione e ritualità liturgiche. Che comprendono il miracolo. Che, infatti, c’è. Solo un prodigio trasforma un ufficiale che ha impiegato quarant’anni di onorata carriera per approdare alla scoperta che il mondo si divide in normali e anormali in un pensatore da studiare. Di più: un fenomeno da decifrare, un interlocutore da incalzare con la fronte corrugata che si riserva agli statisti. Gli anfitrioni sono convinti di esporlo. Lui, con la pazienza del veterano, si lascia esporre: sa che in quell’arena l’esposizione è la vittoria.

Il talk show, per sua natura, non pesa gli argomenti: cronometra le facce. E la faccia del generale regge benissimo i novanta secondi regolamentari, che sono esattamente la durata oltre la quale il suo ragionamento comincerebbe a chiedere aiuto.

La remigrazione che cambia definizione in un mese

Basta allungare di poco la misura e il tessuto si smaglia. Il 10 giugno, dalla Gruber, alla domanda se la sua remigrazione fosse una deportazione, il generale concedeva: se si intende movimentazione coatta contro la volontà delle persone, «certo». Il 12 luglio, chez Telese e Aprile, al medesimo quesito, la deportazione era diventata tutt’altra cosa. La deportazione allontana da casa, la remigrazione a casa riporta. Stessa parola, due contenuti, un mese di distanza. Davanti a chi incalzava conveniva ammettere; davanti a chi conversava conveniva distinguere. La definizione non segue la logica: segue la convenienza del momento.

Lo stesso garbo sartoriale governa il perimetro dei remigrabili. In principio erano i clandestini, coloro che non hanno diritto di restare. Ma poiché la categoria è parsa avara, ecco l’ampliamento: revoca della cittadinanza a chi delinque e possiede un secondo passaporto. Così l’italiano di oggi può diventare, con opportuna pratica, lo straniero di domani. Prima si assicura che la misura riguardi solo chi non ha titolo; poi si predispongono gli strumenti per toglierlo a chi ce l’ha. Il ragionamento si morde la coda, e la televisione scambia quel movimento circolare per determinazione.

Vannacci e la libertà di parola a senso unico

Completa il ritratto la questione della libertà di parola, alla quale il generale tiene moltissimo. Solo alla propria, però. Le contestazioni di piazza, ha spiegato in trasmissione, «hanno sempre le caratteristiche di una censura». I commenti ostili sui social meritano invece, per il generalissimo, un altro trattamento. La vicenda va raccontata, perché spiega il fenomeno. Il 28 marzo, inaugurando la prima sede del suo partito a Firenze, Vannacci pubblicò un video provocatorio che raccolse migliaia di commenti critici e insulti.

Anziché derubricarli a prezzo della notorietà, ha incaricato un collegio di nove avvocati di scrivere agli autori. Si esigono rimozione del commento, lettera di scuse, invito a contattare entro dieci giorni uno studio legale romano «per avviare un confronto». La richiesta di danni, ha precisato uno dei legali, scatta solo nei casi estremi — e prima di spedire le raccomandate si valuta se il destinatario sia persona abbiente. Dunque: il fischio in piazza è censura; il generale che diffida a mezzo raccomandata, graduando la pretesa sul patrimonio del bersaglio, esercita un diritto. C’è una coerenza, in fondo: la parola è libera quando è la sua.

Roberto Vannacci, il talk show e il problema dell’arena

Nulla di tutto questo, in video, si vede. Anzi: il format rovescia il segno. Chi cambia definizione senza battere ciglio appare padrone di sé; chi ripete un ragionamento circolare appare chiaro; chi minaccia querele appare fermo. I difetti dell’argomento diventano virtù del personaggio. Ed è qui che la questione smette di riguardare il generale — il quale fa il suo mestiere, e lo fa bene — per riguardare chi lo invita.

Non è un problema di libertà di parola: un eletto con mezzo milione di preferenze ha diritto di parlare, e il cordone sanitario gli regalerebbe l’unica cosa che ancora gli manca, l’aureola. È un problema di arena. Esiste il contraddittorio lungo, che costringe uno slogan a camminare per venti minuti e lo osserva inciampare; ed esiste il ring a slot pubblicitari, dove vince chi suda meno. Chi sceglie il secondo sapendo come andrà a finire non fa informazione: fa palinsesto, e lo sa.

Si tacuisses, philosophus mansisses: se avessi taciuto, saresti rimasto filosofo. La televisione italiana ha rovesciato la sentenza: parlando, e parlando ancora, l’imbecille diventa filosofo. Almeno fino alla pubblicità.

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