Roma a 30 all’ora: la città che finalmente va alla sua velocità naturale
Il limite non cambia Roma: la svela. In un’epoca che corre a vuoto, la città rallenta per necessità e per orgoglio, ricordandoci chi è davvero fuori tempo.
Roma non diventa una Città 30: si riconosce allo specchio. Il limite dei 30 km/h non è un provvedimento, è un’autobiografia. La Capitale non accelera, non sgomma, non scatta: trascina, slitta, arriva quando arriva.
Con questo nuovo limite sembra aver trovato la sua unità di misura definitiva: la lentezza istituzionalizzata. Eppure rallentare dovrebbe essere un vantaggio, un privilegio, un gesto da città che può permettersi di guardarsi intorno perché ha abbastanza bellezza da riempire ogni secondo. Roma ti obbliga a rallentare perché sa che, se vai troppo veloce, ti perdi tutto.
È come se dicesse: “Oh, piano. Io non scappo. Sei tu che corri per niente”.
La lentezza come identità (e come problema)
Il romano medio, quello che ti dice “arrivo subito” e poi compare tre quarti d’ora dopo con la calma di chi ha appena finito un pranzo di famiglia, non si sentirà limitato: si sentirà finalmente capito. È come se il Comune avesse ammesso che i 50 km/h erano un’illusione.
Il problema è che questa lentezza non è contemplativa: è una lentezza che si ripercuote su tutto. Autobus che arrancano come animali feriti, motorini umiliati, pedoni che superano i taxi in sorpasso morale. La città rallenta non per sicurezza, ma perché è stanca. E ora la stanchezza diventa norma.
Chi è davvero fuori tempo?
Forse non è Roma a essere lenta: sono gli altri a essere diventati troppo veloci. Troppo veloci per accorgersi di dove sono, per capire che la fretta è un’invenzione recente, e pure un po’ volgare, per accettare che la bellezza non si consuma in movimento.
Roma non rallenta: resiste. Resiste all’idea che tutto debba essere immediato, efficiente, performante. Resiste come una vecchia signora che non ha alcuna intenzione di farsi mettere fretta da chi è arrivato ieri.
E allora la domanda finale, quella che punge, resta sospesa: se Roma va a 30, chi è davvero fuori tempo — lei, o noi?
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