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Politica

Salvini: il dilemma tra Padania e Vannacci?

di Alessandro Scipioni -

Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini durante la conferenza stampa della Lega per il riconoscimento della comunità romena come minoranza linguistica nazionale, Roma, 26 marzo 2026. ANSA/ANGELO CARCONI


Matteo Salvini si trova davanti a uno specchio che riflette due anime difficilmente conciliabili della Lega. Da una parte l’identità storica del partito, radicata nel Nord e nella tradizione autonomista. Dall’altra la tentazione di una destra radicale ed identitaria incarnata dal generale Roberto Vannacci.

Una scelta che non riguarda solo il suo futuro personale, ma la sopravvivenza stessa della Lega come forza politica di rilievo.

La prima strada riporta il Carroccio alle origini. Un sindacato del campanilismo settentrionale guidato da governatori esperti ed amministratori radicati nel territorio.

Recuperando con decisione la questione settentrionale, la Lega tornerebbe a essere indispensabile per il centrodestra. Potrebbe trasformarsi in un centro di attrazione federalista capace di intercettare anche i movimenti autonomisti del Sud e di condizionare l’agenda di governo con concretezza e credibilità.

Percentuali non eccezionali. Ma solide. E soprattutto estremamente rilevanti per non dire maggioritarie in determinate zone del paese senza le quali l’Italia non può essere governata.

Poi c’è quella tentazione a poker che rovina i giocatori ossia l’al lin. Il giocarsi tutto.

Ha fatto sicuramente delle fortune per pochi, ma più volte la rovina per molti.

L’opzione di inseguire Vannacci sul terreno della destra radicale. Una mossa rischiosa e probabilmente perdente.

Vannacci porta la freschezza di chi non ha mai governato; Salvini trascina invece il peso di compromessi che l’elettorato radicale non dimentica. Governi tecnici, conferma di Mattarella, sì ai lockdown.

E soprattutto è un’opzione che rischia un perenne conflitto con i governatori ed i territori autonomisti.

Il problema è di credibilità. I governatori del Nord guardano con crescente insofferenza un leader che sembra pronto a sacrificare il pragmatismo padano per un pugno di voti d’opinione. Trascurare i territori storici per rincorrere uno spazio già presidiato nella coalizione non è un suicidio politico.

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