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Chi teme davvero la libertà di Moretti

La scarcerazione del proprietario del Constellation indigna l’opinione pubblica, ma per gli investigatori potrebbe essere la chiave per aprire un sistema che va oltre un locale e oltre una notte.

di Andrea Fiore -


La liberazione su cauzione di Jacques Moretti non è solo una ferita aperta per le famiglie delle vittime: è un gesto che sembra fatto apposta per far infuriare chiunque abbia ancora un’idea elementare di giustizia. Ma c’è un dettaglio che sfugge a chi guarda la scena dalla platea del dolore — comprensibile, sacrosanto — e che invece appare chiarissimo a chi osserva dal loggione dell’inchiesta. Questa scarcerazione non profuma di indulgenza. Profuma di strategia.

La mossa che gela le famiglie

La liberazione su cauzione di Jacques Moretti, proprietario del Constellation, è arrivata come un colpo di vento gelido sulle famiglie delle vittime. Per chi ha perso un figlio, un fratello, un amico, vedere uscire dal carcere l’uomo simbolo della tragedia è un dolore che non ha bisogno di spiegazioni. È un gesto che sembra stonare con il lutto, con la rabbia, con l’idea stessa di giustizia. Eppure, chi osserva l’inchiesta da una distanza laterale — non più fredda, ma più ampia — nota che questa scarcerazione non assomiglia affatto a un atto di clemenza. Somiglia piuttosto a una mossa. Una di quelle che non si annunciano, ma si preparano.

L’amico e gli amici degli amici

La Procura era contraria, il rischio di fuga era considerato concreto, la cauzione è arrivata da un “amico anonimo” che nessuno sembra voler identificare. In un caso ordinario, sarebbe bastato per tenere Moretti dentro. Ma questo non è un caso ordinario. E forse Moretti non è nemmeno il vero bersaglio.

Il Constellation, con i suoi incassi sproporzionati, le società a scatole cinesi, i movimenti di capitale che non si spiegano con la sola nightlife, potrebbe essere stato un punto di passaggio, non il centro del sistema. Crans-Montana è perfetta per chi vuole muovere soldi senza far rumore: immobili gonfiati, investimenti improvvisi, locali che fatturano più di quanto dichiarano. Una montagna che brilla fuori e scava dentro. E quando un locale così brucia, spesso non brucia solo un locale.

È qui che la libertà di Moretti cambia significato. Un uomo libero telefona, incontra, chiede, si espone, cerca protezione. E ogni gesto, ogni incontro, ogni telefonata può diventare una pista. La domanda che gli investigatori sembrano porsi non è se Moretti sia colpevole. È un’altra, molto più scomoda: di chi è davvero il Constellation? Perché se Moretti è solo la facciata, allora la sua libertà è un’esca. E la vera indagine comincia adesso.

Il vaso di Pandora che si apre

La politica, nel frattempo, fa ciò che deve fare: si indigna. È il suo ruolo, e lo interpreta con vigore. Ma dietro le dichiarazioni pubbliche, molti sanno che un’inchiesta così non si chiude con un colpevole facile. Non si chiude con un proprietario di discoteca. Si chiude — se si chiude — quando si arriva ai soldi. E ai nomi che non compaiono nei comunicati.

Il dolore delle famiglie resta, e merita rispetto. Non hanno il dovere di capire le strategie investigative, né di accettarle. Il loro lutto è lineare, puro, incontestabile. Ma chi scrive, chi indaga, chi osserva da fuori, ha un compito diverso: tenere insieme la sofferenza e la verità, senza sacrificarne nessuna. Perché la giustizia non è solo punizione. È anche rivelazione.

E forse la scarcerazione di Moretti non è la fine di nulla. Forse è l’inizio di qualcosa che non si può ancora dire ad alta voce. Un vaso di Pandora che, una volta aperto, non riguarda più solo un locale, una notte, una tragedia. Riguarda chi ha costruito quel mondo, chi lo ha finanziato, chi lo ha protetto. E allora la vera domanda, oggi, non è se Moretti sia libero. La vera domanda è chi teme la sua libertà.

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