L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cultura & Spettacolo

“Scrivi e lascia vivere”, un manuale che serve adesso

Un manuale militante, ma pratico. Da tenere sulla scrivania, oltre che nello scaffale

di Angelo Vitale -


“Scrivi e lascia vivere. Manuale pratico di scrittura inclusiva e accessibile” (Flaco Edizioni Group) è un libro dichiaratamente politico, ma nel senso più concreto del termine. Mostra come ogni scelta di linguaggio plasmi rapporti di potere, accesso ai diritti, possibilità di partecipare allo spazio pubblico. Firmato da Valentina Di Michele, Andrea Fiacchi e Alice Orrù, con prefazione di Veronica Fernandes, il volume prende sul serio quello che spesso riduciamo a polemica da social. Cosa succede quando le parole escludono e cosa può cambiare quando impariamo a usarle meglio?

Un manuale che diventa bussola

La prefazione di Veronica Fernandes, un’apertura potente. La giornalista ha letto il libro sulla zona del fronte in Ucraina, dove ha raccolto storie di persone che hanno smesso di parlare russo dopo l’invasione del 2022. La rinuncia alla propria lingua come una “amputazione”. In quel contesto estremo, “Scrivi e lascia vivere” come una bussola più che come un semplice manuale. Perché le nostre scelte linguistiche raccontano chi siamo e possono ribadire o scardinare assetti di potere. Il tono del libro, su questa linea. Nnon offre soluzioni facili, ma insegna a farsi le domande giuste.

Linguaggi inclusivi, al plurale

Uno dei meriti principali del volume, spostare il focus dal singolo “linguaggio incluso” ai “linguaggi inclusivi”, rigorosamente al plurale. Nel primo capitolo Alice Orrù chiarisce che ridurre il tema a schwa e asterischi è una semplificazione comoda, ma fuorviante. Il nodo non solo il genere grammaticale, bensì tutto ciò che nel linguaggio rafforza razzismo, sessismo, abilismo, ageismo, classismo, eteronormatività.

Orrù lavora su due fronti. Da un lato ripercorre linee guida internazionali (UNESCO, Consiglio d’Europa, Parlamento UE, APA) per mostrare quanto la questione sia strutturale. Dall’altro offre strumenti concreti per chi scrive per il web e per la comunicazione quotidiana. L’inclusione, non come una concessione “paternalistica” delle maggioranze, ma un lavoro di convivenza delle differenze che chiama in causa responsabilità collettive.

Stereotipi, bias, microaggressioni: smontare l’automatismo

La parte più analitica del manuale, con Andrea Fiacchi su stereotipi, pregiudizi e pregiudizi cognitivi, incrociando psicologia sociale e casi concreti. Gli stereotipi, spesso, “scorciatoie” mentali che ci fanno risparmiare energie cognitive, ma al prezzo di semplificazioni ingiuste. Dall’idea della “popolazione nera più violenta” nelle cliniche psichiatriche statunitensi, alle decisioni dei giudici che negano la libertà vigilata quando il reato coincide con lo stereotipo etnico.

Da Fiacchi, concetti chiave. minaccia da stereotipo, hindsight bias, profezia che si autoavvera e bias impliciti. Meccanismi che si traducono in linguaggio. Dalle battute “innocue” alle microaggressioni quotidiane, fino al modo in cui i media raccontano crimini, povertà, migrazioni. Nell libro, non solo la diagnosi. Esercizi anti‑bias, testi da consultare e strategie per allenare nuovi automatismi, soprattutto nei contesti professionali che producono contenuti.

Genere, disabilità, età, classe

Nella parte centrale, “Scrivi e lascia vivere” entra nei terreni più caldi del dibattito pubblico italiano, sempre con un impianto misto teorico-pratico.

Nel capitolo sul linguaggio di genere, Orrù distingue con precisione sesso assegnato alla nascita, identità di genere, espressione di genere e orientamento sessuale. Per poi mostrare quanto la grammatica dell’italiano sia intrisa di maschile sovraesteso e dissimetrie semantiche. E illustra soluzioni “indirette” (parafrasi, perifrasi neutre) e quelle “dirette” (schwa, asterisco, -u, -e), sottolineando pregi e limiti di ciascuna, compresi i problemi di accessibilità.

Fiacchi affronta abilismo e narrazione della disabilità, dal cambio di paradigma. Dalla disabilità vista come deficit individuale al modello biopsicosociale e alla definizione ONU di persone con disabilità.

Un capitolo arricchito da contributi specifici sulla sclerosi multipla, sulla sordità, sulle disabilità psichiatriche e sulla neurodiversità, con particolare attenzione alla differenza fra linguaggio “person‑first” e “identity‑first”.​

Valentina Di Michele si occupa poi di ageismo. E mostra come la discriminazione basata sull’età colpisca tanto le persone di età bassa quanto quelle di età alta, con effetti evidenti nel mercato del lavoro, nei media e nei servizi.

La parte dedicata al linguaggio, molto utile per chi scrive. Dagli stereotipi sugli “anziani fragili” o sui “giovani choosy” alla infantilizzazione (elderspeak) e ai titoli discriminatori negli annunci di lavoro.

Nel capitolo sul classismo, povertà, povertà educativa e pregiudizi socio‑economici. E ancora, termini e narrazioni che ancora oggi stigmatizzano interi gruppi: “barbone”, “borgata”, “ragazza madre”, “neet”, “case popolari”. Il linguaggio finanziario, giuridico e medico, se non ripensato, diventa una barriera che trasforma l’accesso all’informazione in privilegio.

Dal design ai microcopy: quando l’inclusione si fa interfaccia

Una delle parti più interessanti, soprattutto per chi lavora nel digitale, la sezione dedicata al design inclusivo e alla microtestualità. Con i contributi di Deborah Bottà, Marco Bertoni e Carlo Frinolli, il libro presenta il design inclusivo come alternativa sia al semplice “universal design” sia al design centrato sui soli utenti “ideali”. L’obiettivo, non trovare una sola soluzione per tutti, ma progettare più percorsi equivalenti. Per tener conto di disabilità, età, cultura, condizioni economiche, livelli di alfabetizzazione.

Nel capitolo sui microcopy, con Di Michele il discorso sul terreno concreto dei bottoni, messaggi di errore, forma, testi alternativi. Il livello dove i pregiudizi impliciti si vedono di più. Da “Benvenuto” rivolto indistintamente a tutti, ai campi professione che distinguono “casalinga” e “direttore”. Fino alle app di fitness che colpevolizzano chi “non ha raggiunto gli obiettivi per il peso forma”. La scrittura come una miccia discriminatoria.

Accessibilità digitale

L’ultima parte del volume, un piccolo manuale nel manuale. Il capitolo sulla scrittura accessibile per il web spiega l’impatto delle tecnologie assistive (screen reader, ingranditori, modalità lettura) sul modo di leggere online e tradurre questo scenario in regole concrete. L’uso corretto dei titoli H1‑H6, struttura dei paragrafi, link descrittivi, alt text utili e non “riempiti di parole chiave”, scelta di emoji e font speciali che non intralcino i lettori di schermo. Particolarmente lucida la parte sulle desinenze inclusive ei loro problemi di compatibilità tecnica. Il libro non demonizza schwa o asterisco, ma invita a usarli con consapevolezza dei limiti attuali.​

Un manuale militante, ma pratico

“Scrivi e lascia vivere”, in un filone di testi che vanno da Alma Sabatini a Vera Gheno, da Fabrizio Acanfora a Reni Eddo‑Lodge, con una vocazione esplicitamente operativa.

In ogni capitolo, inquadramento teorico, esempi di linguaggio da evitare, proposte alternative, casi studio, bibliografie e risorse online.

Un manuale militante, che dichiara apertamente che “il linguaggio è un atto politico”, e allo stesso tempo uno strumento di lavoro per giornalisti, content writer, comunicatori, UX writer, designer, docenti.

Non esiste, ricordano le autrici e l’autore, “il manuale definitivo della comunicazione inclusa”. Ma questo libro offre un quadro aggiornato e onesto della discussione, spinge a interrogare i propri privilegi e fornisce strumenti per cambiare abitudini testuali radicate. Per chi produce contenuti e per chi li cura, un titolo da avere sulla scrivania, non solo nello scaffale.


Torna alle notizie in home