Ip agli azeri, Ita ai tedeschi: quante aziende (strategiche) in mano agli stranieri
Shopping in Italy. È la vecchia storia del dito e della luna. C’è chi guarda al Pil italiano che cresce più di quello francese (ma meno di Germania e Spagna) e chi, invece, preferisce badare al fatto che sempre più aziende (strategiche) nazionali finiscono in mani straniere. L’ultima, anzi le ultime solo in ordine cronologico, sono la società energetica Ip e la reincarnazione della (ex) compagnia di bandiera di Ita.
Italiana Petroli non è più italiana ma azera. Socar, società a partecipazione pubblica con solidissime basi a Baku, ha perfezionato l’acquisto del 99% del capitale sociale. Un pilastro, dice il presidente Rovshan Najaf, della collaborazione energetica tra Roma e l’Azerbaigian (rafforzata da un recentissimo viaggio di Giorgia Meloni proprio in terra azera). Che, come al solito, è imperniato sulla “continuità” e sulla stabilità operativa oltre che sullo sviluppo a lungo termine. Bene ma non benissimo. Almeno per chi aveva fatto del Made in Italy, o quantomeno della sovranità nazionale, una bandiera. Ip, difatti, era una delle ultime società energetiche in mano italiana. Cercava compratori da mesi, l’intesa iniziale con gli azeri risale al settembre 2025 e adesso è arrivato il closing.
Italiani cercasi (e non trovasi)
Non c’era nessun italiano, evidentemente, in grado di rilevare l’attività dalla famiglia Brachetti Peretti né di mettere il becco in un affare dal valore stimato in un range tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro. Nemmeno i Moratti che, da parte loro, avevano già provveduto a cedere Saras al gruppo anglo-olandese di Vitol. Un affare, complessivamente, da 1,7 miliardi di euro. Di questi, 650 milioni sono andati proprio ai Moratti. Un’intesa, perfezionata nel 2024, che ha messo fine a una storia (italiana) che durava dal 1962. Certo, c’è pur sempre Eni, e le sue sempre più numerose bioraffinerie, per fare l’hub energetico del Mediterraneo. Un punto strategico e d’onore (anche) per il governo in carica.
Dall’acciaio alla Difesa: i nodi stranieri
Così come un altro punto focale è quello dell’acciaio nazionale. Solo che, per dare un futuro all’ex Ilva, fervono (ancora) le trattative e nessuna di questa parla italiano. O gli americani di Flacks, o gli indiani di Jindal. Non va bene nemmeno nel settore della Difesa e della tecnologia. Leonardo ha comprato Iveco Defense alla grande svendita degli Agnelli-Elkann, mentre agli indiani di Tata Motors Stellantis ha cedutla divisione dei veicoli commerciali, e va bene così. Ai saldi di stagione degli Elkann, l’Italia ha pure perduto la proprietà dell’azienda specializzata nella robotica avanzata e automazione industriale di Comau, passata al fondo Usa One Equity. E poi c’è il caso, paradigmatico, di Piaggio Aerospace. Un’impresa che produce droni e guarda con estremo interesse alle tecnologie Uav ossia a pilotaggio remoto. Che è finita nelle mani dei turchi di Baykar Technologies, con un accordo che è stato perfezionato nel 2025. Con tanto di plauso del Mimit che, finalmente, poteva annunciare la fine di un’amministrazione controllata che durava dal 2018. Shopping in Italy. È la storia del dito e della luna. È davvero importante che il nostro Pil cresca più di quello della Francia (ma non quanto quello di Spagna e Germania). Ma lo sarebbe ancora di più se i gioielli ce li sapessimo tenere in casa nostra.