Torino, “ET” di Riccardo Cordero atterra nel cortile
Le “traformazioni” della Fondazione Accorsi-Ometto. Nuove collezioni.

Aria di cambiamento alla Fondazione Accorsi-Ometto, tra le sale che sino a poco fa sembravano essere l’immagine della culla di quel Settecento così strettamente vagheggiato? Un cambiamento che s’è inserito a poco a poco, chiaro come il sole andando all’indietro a curiosare tra le mostre di quest’ultima manciata d’anni. Sì certo, nel ’23 ancora “Venezia nel Settecento” o nei mesi precedenti “Rinascimento privato” a ospitare da Spanzotti a Defendente Ferrari, ma già prima la presenza degli “Italiens à Paris” e a seguire Casorati e Sironi, ancora De Chirico raccontato da Victoria Noel-Johnson, e poi “Torino anni ’50” e Carol Rama sino all’attuale sguardo sulla “Formidabile avventura del Movimento Spazialista”, a cura tutta femminile di Nicoletta Colombo, Serena Redaelle e Giuliana Godio (visitabile sino al 15 febbraio prossimo), con i nomi di Fontana, Crippa, Tancredi. Infiltrazioni, sempre più presenti, l’abbandono a singhiozzo di una certa destinazione e di quel percorso che aveva il desiderio sin dalla fondazione d’essere lo specchio sabaudo del Musée Jacquemart-André posto in un fascinoso hôtel particulier del XIX secolo non lontano dai Champs Elisées, felice lascito di una coppia di viaggiatori e insuperati collezionisti d’arte.

In questi giorni è stata posta nel cortile dell’Accorsi la scultura “E.T.” nel 2007 realizzata da Riccardo Cordero – uno scultore italiano tra i più riconosciuti a livello internazionale, già titolare della cattedra della Scuola di Scultura all’Accademia Albertina sino al 2001, dal 2009 nel Management Team dello Shanghai Sculpture Park, invitato a tenere master e conferenze in Asia e Medio Oriente, nel 2021 vince il concorso per un’opera pubblica alle Olimpiadi e Paralimpiadi di Pechino, una tra tutte, “Macromondi spezzati” s’intitolava la mostra (2012) nel Castello di Pergine, a cura di Luciano Caramel, che scriveva: “Nulla a che fare quindi con l’usurato modello della mostra di scultura all’aperto dalle superficiali connotazioni evasive ed estetizzanti. Come è manifesto anche in questa occasione, l’obiettivo, ben più ricco e stimolante, è quello di proporre la documentazione di esperienze vive, in una trama multidimensionale, multiforme e multicolore di opere realizzate in materiali e misure diverse, che si estende ovunque, fino agli angoli più riservati” -, per lunghi mesi vedibile gratuitamente, un modo di andare “oltre il barocco”, un omaggio a un’arte dovuta a Bernini e a Borromini, a Guarini (“è all’artista modenese che più io guardo, che più sento vicino per tecnica e per leggi matematiche, è alle sue sovrapposizioni di linee e di archi, è la cupola di San Lorenzo il luogo a cui più io sono affezionato, sotto cui mi piace soffermarmi, per osservare, per studiare, per rivedere quelle forme in seguito nelle opere che creo nel mio grande studio”) e a Juvarra, e a un periodo che attraverso il ricorrersi di linee curve e l’intrecciarsi di semicerchi rendono il tutto simile a una moderna astronave, “frenetica”, di pieno movimento, “intrappolata all’interno di una robusta e lucente superficie in acciaio inox.” Aggiungeva Luca Mana, poche sere fa, presentando il nuovo arrivo: “Esprimiamo qui la volontà della Fondazione Accorsi-Ometto e del suo Museo di uscire dal Sei-Settecento e di guardare oltre, a periodi più vicini a noi quali l’Ottocento e il Novecento”, guardando ai fondatori come coloro che “hanno vissuto il XX secolo e di questo straordinario periodo hanno cercato di catturare l’anima, quella più tradizionale, che attribuiva alla decorazione un’importante funzione sociale: apparire era più importante che costruire. Quello che oggi vogliamo fare è raccontare il resto: mostrare come le opere d’arte siano state un’importante mezzo di propaganda politica e che in definitiva il nostro non è uno spazio dedicato unicamente al barocco, ma una vetrina attraverso la quale raccontare le eccellenze di un territorio che può essere Torino, il Piemonte o l’Italia intera.”
Il lento addio di un innamorato al suo primo amore? Forse già un intraprendente rimpiazzare, con l’arrivo di nuove acquisizioni a cui siamo certi altre seguiranno. Dalla Galleria Il Ponte di Stefano e Stefania Testa c’è stato l’acquisto del “Ritratto della madre” di Carlo Levi (1930), un Levi che guarda ai ritratti di Modigliani, forse prudentemente, “il cui stile primitivo era apprezzato dai più raffinati collezionisti europei del primo dopo guerra. Come altresì fanno nuova presenza in una sala quattro bozzetti, oli su cartone, di Francesco Gonin – sue erano state, intorno al 1842, le illustrazioni che avevano accompagnato la “Quarantana” ovvero quella edizione, la definitiva, dei “Promessi Sposi” pubblicata a seguito della lunga revisione linguistica e stilistica, apprezzatissime dal Manzoni -, del 1847, preparatori agli affreschi che l’artista avrebbe realizzato all’interno della Sala delle Guardie del Corpo di Palazzo Reale di Torino. Che verranno composti per la celebrazione di re Carlo Alberto e di quel medioevo dentro cui i Savoia affondavano le proprie radici e che s’accompagneranno ai progetti decorativi dell’architetto di corte Pelagio Palagi: raffigurano alcuni dei momenti salienti della millenaria storia sabauda, “La sottomissione del Marchese di Saluzzo Manfredi al Conte Umberto III di Savoia”, “Il matrimonio di Filippo di Savoia-Acaia con Isabella de Villhardouin”, “La sottomissione della città di Nizza a Amedeo di Savoia” e “L’incoronazione di Vittorio Amedeo II a re di Sicilia”.
In collaborazione con Vivant, di cui è presidente il conte Fabrizio Antonielli d’Oulx, la Fondazione ospita nella sala da pranzo del Museo, la Tavola di Natale, che vede protagonista un prezioso servizio di piatti di porcellana realizzato a Limoges nei primi anni del Novecento e acquistato da Amalia Cattaneo a Torino in uno dei numerosi punti vendita e prestigiosi della preziosa ceramica francese: quello del signor Pietro Scaglia in via Garibaldi 10. Il servizio che conta oltre cento pezzi, alcuni andati perduti durante i bombardamenti del novembre ’42, è composto da forme “aperte”, quali piatti e vassoi, sia da forme “chiuse”, particolarmente zuppiere e salsiere, ogni pezzo attentamente modellato, smaltato, decorato e contrassegnato dal marchio delle manifatture Limoges. Amalia Cattaneo lasciò alla figlia Elena in eredità il servizio, mentre dal suocero Leopoldo Ollivero giunse il bel servizio di posate in argento su cui sono ancora ben visibili le iniziali. A completare il gusto d’antan, ci viene ancora fornita la notizia – per chi già non ne fosse a conoscenza – che “un tempo le bottiglie previste sulla tavola, una per ogni commensale, iniziarono a diminuire di numero tra Otto e Novecento, quando si diffuse il costume di condividerle tra gli invitati.”
Elio Rabbione ilTorinese.it
Nelle immagini di Enzo Isaia, la scultura “ET” di Riccardo Cordero, posta nel cortile della Fondazione Accorsi-Ometto; la tavola “natalizia” con il prezioso servizio di piatti di porcellana di Limoges.
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