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Esteri

Trump incendia il Medio Oriente, l’Iran colpisce. Il mondo trema per Kharg

Teheran chiude di nuovo lo Stretto di Hormuz

di Ernesto Ferrante -


Le nuove dichiarazioni di Donald Trump, che ha annunciato raid “più massicci” contro l’Iran e rivendicato bombardamenti per “250 milioni di dollari”, confermano la pericolosità della sua linea comunicativa, sempre più aggressiva e oscillante. Il presidente statunitense insiste nel dire che Teheran sarebbe “sottomessa anche se ancora non lo sa”, ma la realtà sul terreno racconta un’altra storia. La Repubblica islamica, oltre a non arretrare, sta ampliando la risposta militare, colpendo obiettivi statunitensi nella regione. Le parole del tycoon, più che mostrare forza, rivelano l’imprevedibilità di una leadership che alterna toni apocalittici a uscite contraddittorie, mentre sul terreno gli Stati Uniti subiscono colpi sempre più pesanti.

La linea rossa di Kharg

Il punto più delicato resta l’isola di Kharg, che il capo della Casa Bianca continua a evocare come obiettivo privilegiato. Una scelta che gli analisti giudicano potenzialmente catastrofica. Kharg è il terminal da cui transitano fino a 1,6 milioni di barili di petrolio al giorno, il cuore pulsante dell’export iraniano. Un attacco diretto potrebbe far schizzare il prezzo del greggio fino a 150 dollari al barile, destabilizzando un mercato già in tensione. Anche l’ipotesi di una conquista militare, rilanciata da Trump con leggerezza televisiva, appare irrealistica. Washington si troverebbe a controllare un’infrastruttura inutilizzabile, mentre l’Iran continuerebbe a produrre senza poter esportare. Uno stallo energetico globale, l’esatto contrario di una vittoria strategica.

La reazione dell’Iran ai raid Usa

Intanto Teheran rilancia. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha denunciato una “chiara violazione della Carta Onu” e accusato gli americani di aver “annullato il cessate il fuoco”. L’IRGC ha respinto come “falsa” la versione trumpiana secondo cui funzionari iraniani gli avrebbero chiesto di fermare i bombardamenti, definendola una “copertura per fuggire dal conflitto”. I comunicati militari, rilanciati dall’agenzia Irna, al netto dei toni propagandistici, danno un’idea della portata della risposta iraniana. La Repubblica islamica ha “sbandierato” l’attacco con 12 missili balistici contro la base statunitense di Al-Azraq in Giordania, sostenendo di aver distrutto strutture operative e un numero significativo di caccia F-35, F-15 e F-16. Una “lista di guerra” che indica chiaramente la volontà iraniana di colpire in profondità e mostrare che la deterrenza americana non è più sufficiente.

Trump e Bessent rischiano di peggiorare la situazione

Gli Stati Uniti, dal canto loro, stanno subendo danni che anche la stessa cerchia presidenziale fatica ormai a minimizzare. Le basi colpite in Giordania e nei Paesi del Golfo hanno riportato distruzioni significative, mentre i sistemi di difesa non sono riusciti a intercettare tutti i missili lanciati dall’Iran. Un segnale che la superiorità militare americana, data per scontata per decenni, non è più un dogma intoccabile.

In questo quadro già incandescente, le parole del segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, aggiungono un ulteriore livello di scontro. Anticipando che i danni subiti dai Paesi del Golfo saranno “ripagati con fondi prelevati dai conti iraniani”, Bessent ha introdotto una logica di ritorsione economica che rischia di irrigidire ulteriormente la crisi, trasformando ogni attacco in un automatismo punitivo, con una reazione a catena. Una strategia che, nelle sue intenzioni, dovrebbe indebolire Teheran, ma che potrebbe invece spingerla a intensificare le operazioni.

Le attività di Musk nel mirino di Teheran

Secondo l’agenzia di stampa statale Fars, le forze iraniane prenderanno di mira anche “tutti gli interessi legati alle attività economiche gestite da Elon Musk in Medio Oriente”, inclusa una stazione di terra di Starlink.

L’unico appello alla moderazione è arrivato dalla Turchia. Ankara ha invitato Stati Uniti e Iran a “cessare gli attacchi reciproci” e a riprendere i negoziati. Il richiamo turco suona come un monito pesante. La spirale di minacce e contro-minacce alimentata dall’inaffidabilità di Donald Trump e dalla crescente assertività iraniana, sta sfuggendo di mano.


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