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Esteri

L’orlo dell’abisso: la guerra tra Usa e Iran minaccia di travolgere il mondo

Gli Houthi annunciano il blocco dello Stretto di Bab el Mandeb

di Ernesto Ferrante -


La crisi tra Stati Uniti e Iran ha superato la soglia dell’allarme ed è entrata nella “zona grigia” dove le guerre smettono di essere regionali e iniziano a diventare qualcos’altro. La dichiarazione, durissima, di una fonte militare iraniana all’agenzia Tasnim segna un salto di qualità. Se Washington colpirà ponti o centrali elettriche in Iran, Teheran risponderà prendendo di mira infrastrutture e impianti energetici “nella regione, compresi quelli in cui gli Stati Uniti hanno interessi”. È la logica della ritorsione simmetrica, la stessa che in passato ha fatto precipitare conflitti apparentemente controllabili.

Teheran non indietreggia

Ancora una volta è stata rivendicata la “volontà ferrea” nel difendere lo Stretto di Hormuz, trasformato ormai in un campo di battaglia strategico. Una risposta diretta alle minacce di Donald Trump, che ha continuato a evocare attacchi contro infrastrutture iraniane e persino contro il sito di Pickaxe Mountain. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha accusato gli americani di usare Kolang Kouh come “pretesto per aggressione, distruzione e sabotaggio”, chiamando in causa l’Aiea e il suo direttore Rafael Grossi.

Le spaccature interne statunitensi

Mentre la retorica del tycoon si fa sempre più incendiaria, i calibri da 90 del Gop sembrano voler evitare l’irreparabile. Il segretario di Stato Marco Rubio, da Manila, ha ribadito che il presidente “preferisce sempre negoziare” e che la Casa Bianca vorrebbe un accordo che garantisca la fine del sostegno iraniano al terrorismo e delle ambizioni nucleari. Una linea diplomatica che contrasta apertamente con le minacce di Trump, segno di un cortocircuito politico che indebolisce la posizione statunitense proprio nel momento più delicato.

Gli americani, intanto, si sono stancati. I sondaggi mostrano un’opinione pubblica sempre più ostile alla guerra. Il Washington Post-Ipsos registra un 68% contrario al conflitto, mentre anche lo zoccolo duro Maga si sgretola. A maggio metà degli elettori trumpiani sosteneva la guerra. Ora solo il 37% ritiene che valga la pena pagarne i costi. Un altro 37% accetterebbe il conflitto solo se non aumentassero le spese, e quasi uno su cinque chiede di fermarlo comunque. La pazienza si assottiglia, soprattutto per l’impatto economico. Il prezzo della benzina è diventato il termometro della tolleranza nazionale.

La strategia dell’Iran e il supporto degli Houthi

Sul terreno, la spirale militare accelera. Un missile statunitense ha colpito l’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz. In Iran si sono registrate esplosioni a Bushehr e Khormoj, con blackout temporanei vicino alla centrale nucleare. Teheran ha denunciato 53 morti e 600 feriti dai raid statunitensi dal 27 giugno, mentre quattro militari americani sono stati uccisi nello stesso periodo. L’Iran ha risposto colpendo le basi statunitensi di Al Azraq in Giordania e Sheikh Isa in Bahrein. Droni contro edifici residenziali, magazzini, hangar per la manutenzione dei velivoli. È un innalzamento netto del livello dello scontro, che dimostra come la Repubblica islamica non intenda più limitarsi a repliche “indirette”.

Poi ci sono gli Houthi, alleati dell’Iran, che hanno annunciato un blocco navale contro le navi dirette in Arabia Saudita. Le prime conseguenze sono già visibili. Almeno sei imbarcazioni hanno cambiato rotta nel Mar Rosso, tra cui la portaveicoli cinese Liu Jiang Kou e diverse petroliere asiatiche. Bab el-Mandeb e Hormuz, due stretti che valgono più di qualsiasi arsenale, diventano strumenti di pressione geopolitica. Un loro blocco efficace equivarrebbe a una pioggia di bombe sull’economia globale. Il 10% del traffico petrolifero mondiale è già rallentato, e un’interruzione del Mar Rosso potrebbe ridurre l’offerta globale di greggio di un ulteriore 7%. Per l’Europa e l’Asia sarebbe un colpo devastante.

Scenari cupi all’orizzonte

La combinazione di questi fattori, escalation militare, retorica incontrollata, instabilità economica, minacce ai corridoi energetici, coinvolgimento diretto e indiretto di attori distribuiti su più continenti, crea una “polverierapronta a esplodere. In questa fase basta un errore, un missile fuori traiettoria, una nave colpita, per trasformare una guerra circoscritta in un conflitto mondiale. E oggi, più che mai, il precipizio appare pericolosamente vicino.


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