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Economia

Ue all’acqua pazza

Dopo i tappi, Bruxelles stretta tra Cina e dazi dichiara guerra alle casse di minerale

di Giovanni Vasso -


Ue all’acqua pazza. Altro che legioni e condottieri. Sogna, Orcel, sogna. L’Europa sogna un rilancio in grande stile della Ue. Che, invece, dopo averci imposto il capolavoro dei tappi ora studia di ridurre la plastica prendendosela proprio con l’acqua minerale. E costringendoci a comprare una bottiglia alla volta.
Orcel ci ha provato pure, in quello che avrebbe dovuto essere il grande giorno della riscossa brussellese, a indicare modelli, a ricordare quando – da ragazzo – sognava leggendo e studiando le imprese di Scipione l’Africano.

L’Ue all’acqua pazza e le legioni di Scipione

Certo, aveva da far bella figura, l’amministratore delegato di Unicredit, di fronte agli studenti che hanno assistito alla sua lectio magistralis, ieri, all’Università di Palermo. Ha detto di sognare un’Europa che sappia prendere esempio dall’eroe di Zama che fu capace di prendere le “leggendarie legioni Cannensi” che “addestrò intensamente, trasformandole in una macchina bellica d’élite mossa da un feroce desiderio di riscatto e assieme a loro disegnò strategie militari che vengono studiate ancora oggi”. Ma, restando nella classicità, a Orcel qualcuno avrebbe dovuto ricordare la favola della rana e dello scorpione. La natura non si cambia. Anzi, sì. Dallo scorpione alla spigola, l’Ue finirà all’acqua pazza.

I dazi sull’acciaio…

Ieri si annunciava, finalmente, l’imposizione dei nuovi dazi sull’acciaio. Gestazione lunga quanto il parto di un elefante, magari uno di quelli che Scipione e i suoi legionari sfidarono alle porte di Cartagine. La quota di import scende a 18,3 milioni di tonnellate (siamo intorno al 50%) per contrastare la sovraproduzione cinese. Già, perché le quote vengono assegnate ai partner commerciali privilegiati. E cioè Usa, India, Turchia, Giappone, Regno Unito e Norvegia, tra gli altri. Non ci dovrebbero essere scossoni nei rapporti con Pechino dal momento che il commissario Ue Maros Sefcovic ha annunciato, proprio ieri, l’istituzione di una piattaforma con Pechino per regolare il commercio. Bene. Una notizia attesa e che, forse, avrebbe dovuto rivelare una sorta di riscatto di Bruxelles che, lentamente, prova a riaffacciarsi sul mondo. Magari, come ha esortato Orcel, sognando di tornare a essere “il terzo blocco commerciale” del globo. Considerazione, questa, che la dice già lunga sullo stato dell’arte, in un continente in cui, ipse dixit, “le barriere interne ancora esistono e oggi equivalgono rispettivamente a tariffe del 45% e del 110%”.

…le barriere interne (e gli imballaggi)

Ma l’Ue è quella che è. E invece di semplificare, liberare le energie sopite si lancia nella nuova crociata contro gli imballaggi dell’acqua minerale. Il nuovo regolamento (dall’improbabile acronimo di Ppwr) entrerà in vigore il 12 agosto prossimo, l’Italia insieme ad altri otto Paesi ha già presentato una vagonata di dubbi. Niente più fardelli, basta confezioni da sei. Le aziende (e il comparto italiano da solo vale 1,7 miliardi con una spiccata vocazione all’export) non sanno che fare, i Paesi nemmeno e i consumatori si preparano già a far scorta di antidolorifici. E che fa se la raccolta differenziata funziona bene e se c’è un settore intero, quello appunto degli imballaggi, che rischia grosso. L’importante è essere green. E se poi arriva l’Oms a dirci che le temperature in Cina e in India, in proporzione, crescono meno che da noi, ecco, diventa difficile spiegarlo alle imprese. E sarà ancora di più dirlo ai cittadini quando, dal 2029, per comprare l’acqua in bottiglia bisognerà pagare una sorta di cauzione. Nemmeno ai tempi dei vuoti a rendere. Altro che Zama, la nuova battaglia dell’Ue è all’acqua. Pazza.

La presidenza Ue è già un caso (non solo irlandese)

E già tanto basterebbe. Invece, no. Perché, a scalzare dalle prime pagine dei giornali la notizia dei dazi sull’acciaio, è arrivata un’altra (poco) simpatica rivelazione. Politico dice che la presidenza irlandese del Consiglio europeo ci costerà molto di più di quanto non ci sia già costata quella di Cipro e Danimarca. E no, non è un tema politico. Ma di burocrazia. Ci vorranno 293 milioni a fronte dei 95 (che pure sono tantini) spesi da Nicosia. Ben 125 milioni andranno in sicurezza. I mugugni sono già iniziati. Sarà un’ulteriore pietra di divisione, non di scandalo perché ormai che l’Ue “costi” tanto s’è capito, tra i Paesi membri. Proprio nel momento in cui ci vorrebbe maggiore unità. “L’Europa deve portare a fattor comune le proprie infrastrutture – che si tratti di mercati dei capitali, banche, industrie, energia, tecnologia o difesa. Se non creiamo insieme queste fondamenta, non potremo mai essere davvero competitivi su scala globale”. Sogna, Orcel, sogna. Se continua così, questo giorno, non lo vedremo mai. Altro che Scipione.


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