CHATGPT promosso alla scuola di Francoforte?
Il dibattito sull’IA è solo apparentemente nuovo. In realtà, è vecchio come il mondo. L’intelligenza artificiale altro non è che l’ennesimo “prodotto” con il quale l’uomo prova, riuscendoci, a semplificarsi la vita. Succede da sempre; e si chiama tecnica. Vale a dire: applicazione sul piano pratico delle elaborazioni teoriche del sapere scientifico. È accaduto, per restare agli ultimi due secoli e senza pretese di esaustività, con le macchine a vapore, con l’elettricità, con i motori a scoppio, con i computer, con la rete e oggi, appunto, con l’intelligenza artificiale.
Il vecchio saggio direbbe: niente di nuovo sotto il sole. E avrebbe ragione. Tuttavia, così come è antico il problema, antiche sono anche le riflessioni sul modo di affrontarlo. Nel Novecento si è segnalata, a tal proposito, la cosiddetta “Scuola di Francoforte”, tanto in voga negli anni Settanta quanto caduta (a torto) nel dimenticatoio oggi. I suoi due rappresentanti di spicco, Max Horkheimer e Theodor Adorno, hanno approfondito in particolare la distinzione cruciale tra ragione “oggettiva” e ragione “soggettiva” (o strumentale).
Il primo tipo ha un connotato e un respiro “universali”, guarda al fine, al significato, all’origine, alla ricerca di un sapere incontrovertibile. Vuole penetrare l’essenza ultima della realtà. Si interroga sul senso delle cose, sulla verità, sul bene, sul destino dell’uomo. Il secondo ha una valenza letteralmente “particolare” e soprattutto pragmatica, ha in mente i mezzi, tende in via preferenziale, se non esclusiva, all’efficacia e all’efficienza. Vuole, con spirito baconiano, dominare il mondo, asservendolo alla tecnica e rendendolo disponibile, calcolabile, utilizzabile. Il tutto in vista di un miglioramento delle condizioni e di un potenziamento delle risorse umane.
L’intelligenza artificiale nasce tutta all’interno di questa seconda prospettiva. Essa è figlia legittima della ragione soggettiva e strumentale, nonché l’ultimo, prodigioso “utensile” escogitato per risolvere problemi, automatizzare processi, accelerare intuizioni, alleggerire i lavori e, va da sé, sostituire e rendere obsoleti i lavoratori.
Per gli esponenti della Scuola di Francoforte, però, la ragione soggettiva o strumentale finisce per trasformarsi in un vero e proprio harakiri dell’umanità. Promette emancipazione mentre genera asservimento; garantisce disciplina mentre diffonde alienazione; propaganda libertà mentre costruisce una gabbia sempre più confortevole, e sempre più difficile da riconoscere.
Basta guardarsi in giro per averne contezza e imbattersi in una marea di soggetti ridotti ad appendici semoventi dei loro device; ai quali sono incollati acca ventiquattro per orientarsi, per decidere, per lavorare, per riposarsi, per divertirsi, per godere. E intanto la stessa monumentale macchina regolamentatrice della razionalità strumentale incrementa a dismisura, e a ogni ora, leggi, normative, codici, password, reti, reticoli, lacci, lacciuoli, obblighi, divieti, incombenze irregimentando ogni centimetro quadrato degli antichi, naturali e residui spazi umani di libertà.
Parliamo di una matrice con zero difetti e somma ingordigia, un onnivoro marchingegno “anfibio” (in parte umano, in parte artificiale, in parte burocratico) che sta divorando, a brani, il tempo dell’uomo. In primis, quello destinabile al piacere, al riposo, allo sviluppo personale, alla contemplazione, alla famiglia, alla vita dello spirito. Qui il discorso tocca anche il diritto perché ogni società “tecnica” non produce soltanto macchine, ma anche direttive, modelli di comportamento, apparati amministrativi, obblighi documentali, adempimenti, regolamenti, protocolli, procedure.
La razionalità strumentale, quando diventa “la” forma sociale dominante, tende inevitabilmente a farsi normatività. E la normatività, prima ancora di tradursi in legge scritta, si fa abitudine collettiva, opera quale pressione sociale, si incarna in un omnipervasivo “dovere” consustanziale al Sistema e incapsulato in esso.
Ecco perché la riflessione dei francofortesi non riguarda solo la fabbrica, l’economia o la cultura di massa. Concerne anche il modo in cui una società stabilisce ciò che è normale, ciò che è dovuto, ciò che è consentito, ciò che è deviante. Pertiene, quindi, anche alla dimensione giuridica, almeno nella sua radice più profonda: quella in cui la norma non è più solo l’esito di una scelta politica ma l’inesorabile cascame di una necessità tecnica.
Ma cosa direbbero, oggi, i filosofi di Francoforte dinanzi al dilagare della IA e di tutte le questioni annesse e connesse alla medesima che gli ottimisti inguaribili chiamano “sfide” e i pessimisti incurabili “punti di non ritorno”? Forse sarebbero spiazzati e dovrebbero rivedere le loro conclusioni. Infatti, l’intelligenza artificiale rappresenta non solo (come visto poc’anzi) l’ultimo “prodotto” della ragione strumentale umana, ma anche il primo in grado, almeno in teoria, di rovesciare la situazione denunciata dalla stessa scuola.
La “tecnica” capitalistica perfezionata nell’Ottocento e trionfante nel Novecento trasformava l’operaio in un ingranaggio della catena fordista e l’impiegato in una rondella della filiera burocratica imponendo loro o ritmi ossessivi o condizioni alienanti. Li voleva più performanti per renderli funzionali all’ingranaggio della produzione, prima come zelanti servitori e poi come ubbidienti consumatori. Li affrancava da una eccessiva fatica fisica per precipitarli in un costante affaticamento psicologico, morale, spirituale. Il tempo apparentemente risparmiato veniva poi confiscato in forme meccaniche.
Con l’IA e la robotica potrebbe accadere qualcosa di antitetico e paradossale; potremmo trovarci, cioè, di fronte alla prima tecnologia realmente capace di liberare l’uomo, almeno in larga misura, dalla necessità stessa del lavoro, dalla biblica condanna di cui parla la Genesi.
Se davvero si verificasse – come alcuni studiosi ipotizzano e altri temono – un accollo massivo all’intelligenza artificiale e alla robotica delle principali catene di produzione e servizio accoppiata all’introduzione di un reddito universale di cittadinanza, saremmo dinanzi al sogno realizzato di molti utopisti rivoluzionari: la liberazione dell’uomo dalla schiavitù economica. Solo che esso non sarebbe un frutto della presa di coscienza proletaria, ma l’ultimo “dono” della ragione soggettiva e strumentale di Horkheimer, Adorno e compagnia pensante.
È proprio in tale “crocevia” che le riflessioni di costoro si rivelano utilissime e, nello stesso tempo, insufficienti. Essi ci mettono a disposizione un modello di analisi e una piattaforma di senso per decifrare il futuro dell’umanità illuminandoci sulle “origini” dell’intelligenza artificiale. Poi, però, ci lasciano, per così dire, a mollo in un mare di incertezze.
Ora che la ragione strumentale potrebbe ottenere il risultato opposto rispetto a quello paventato e denunciato dai suoi critici, cioè il riscatto definitivo e “tombale” dell’uomo dalla tirannia del lavoro, ora che il sogno marxiano di una società in cui lavorare (il meno possibile) per vivere e non vivere per lavorare (il più possibile) potrebbe inverarsi, l’uomo è pronto?
Supponiamo che si vada, come molti indicatori fanno ritenere, verso la fine non della storia (preconizzata da Fukuyama), ma del lavoro, con la delega pressoché integrale di quasi tutte le occupazioni alle macchine e alla IA e l’introduzione di redditi di cittadinanza per uomini ormai “superflui” nel ciclo della produzione e del consumo. Quante persone sarebbero pronte ad approfittarne? Quanti riuscirebbero a trasformare il tempo liberato in studio, creazione, educazione di sé, cura degli altri, bellezza, spiritualità, ricerca interiore? Diciamo pure, lato sensu, in una esperienza “artistica”, visto che proprio l’arte era l’unica dimensione dell’essere, secondo gli autori di cui ci stiamo occupando, in grado di dotare di “spessore” l’esistenza umana.
Non a caso, per Herbert Marcuse, altro grande esponente della scuola, lo sviluppo tecnologico avrebbe portato alle soglie della trasformazione del lavoro in qualcosa di opzionale, ludico, creativo; in una parola: “artistico”. Forse proprio Marcuse, più di ogni altro, seppe intuire, prefigurandola senza conoscerla, la svolta epocale della IA prossima ventura. Ma anche lui, oggi, si troverebbe di fronte al fatale quesito: in quanti, tra i contemporanei, sarebbero eventualmente pronti a cogliere e sfruttare fino in fondo l’immenso patrimonio di un “tempo liberato”?
E quanti, invece, lo consegnerebbero in un amen alla distrazione compulsiva, all’intrattenimento coatto, alla dipendenza digitale, alla noia organizzata, alla servitù volontaria dei consumi on line? Gli uomini, finalmente svincolati dal ferale e quotidiano giogo del lavoro, sarebbero ancora in grado di “nobilitare” il loro tempo pensando, sentendo, agendo al di fuori delle logiche automatiche a cui sono stati piegati, e da cui sono stati piagati, negli ultimi tre secoli?
Sessant’anni fa Horkheimer, Adorno e Marcuse una risposta l’avrebbero fornita. Ovviamente, tarata sugli uomini di sessant’anni fa. Ma oggi non ci sono più i filosofi di una volta. E forse neanche gli uomini.
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