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Gratteri, l’inchiesta che crolla e travolge il mito

di Ettore Politi -


L’inchiesta che avrebbe dovuto segnare il punto di non ritorno nella lotta alla ’ndrangheta è diventata, processo dopo processo, una lunga scia di assoluzioni. Una débâcle giudiziaria che oggi pesa come un macigno sulla carriera del magistrato più celebrato d’Italia, Nicola Gratteri, e sulla costruzione mediatica che negli anni lo ha trasformato in un simbolo nazionale dell’antimafia giudiziaria. Tutto nasce a Catanzaro, dove Gratteri guida la Procura distrettuale con un progetto ambizioso: dimostrare la contaminazione sistemica tra cosche, politica, amministrazione regionale e imprenditoria. È un’idea forte, che intercetta un clima pubblico disposto a vedere, nella Calabria degli appalti e dei voti di scambio, la mano invisibile ma onnipresente della criminalità organizzata.

Inchiesta Gratteri, dalla retata “epocale” al crollo in aula

Quando l’indagine esplode, con centinaia di arresti e un cast di imputati in cui spiccano amministratori, dirigenti, consulenti, imprenditori e professionisti, l’effetto mediatico è immediato. I giornali parlano di “operazione epocale”, i talk show celebrano “la più grande retata della storia recente”, mentre Gratteri diventa il volto rassicurante di un’Italia che vuole credergli sulla parola: la mafia è ovunque, lui la sta finalmente stanando. Sicuramente, all’apice del successo, avrà pensato che gli spettasse la Direzione Nazionale Antimafia. Chissà! Le conferenze stampa sono frequenti, affollate, condotte con un tono fermo e un linguaggio che non lascia spazio a dubbi. Il magistrato descrive un sistema tentacolare, una rete di relazioni oscure che avrebbe condizionato settori strategici dell’economia e della burocrazia regionale. Il racconto entra in circolo come verità acquisita. La narrazione di un territorio prigioniero delle cosche diventa, per mesi, l’unica versione possibile.

Poi arrivano i processi. E il castello si incrina

Le prime sentenze parlano chiaro: il 60% degli imputati viene assolto, molti perché “il fatto non sussiste”, altri perché “non emerge alcun contributo all’associazione mafiosa”. Le corti smontano punto per punto l’impianto accusatorio: le intercettazioni, spesso presentate come chiave di volta dell’indagine, vengono giudicate “equivoche”; i rapporti tra imprenditori e clan risultano “non strutturali”; alcuni collaboratori vengono definiti “non attendibili”; le ipotesi di concorso esterno crollano per “assenza di prove positive”. In almeno due pronunce la Cassazione parla apertamente di “ricostruzioni arbitrarie”, “forzature logiche” e “salti argomentativi non giustificati”. Parole pesanti, che ridimensionano una delle operazioni più celebrate della procura calabrese. Il risultato finale è spiazzante: 69 condanne contro 100 assoluzioni. Un bilancio ribaltato rispetto al clamore iniziale. E soprattutto un paradosso: l’indagine che ha costruito l’immagine pubblica di Gratteri come “cacciatore infallibile” è la stessa che, nelle aule di giustizia, ha mostrato crepe profonde.

Il divario crescente tra narrativa mediatica e giustizia

Eppure, mentre le sentenze si accumulano, il prestigio mediatico del magistrato continua a crescere. Libri, convegni, interviste, speciali televisivi: Gratteri diventa una figura trasversale, ascoltata da ministri, opinionisti, associazioni civiche e perfino da movimenti giovanili che vedono in lui un modello di rigore. Le sue posizioni, spesso radicali, vengono accolte come verità morali prima ancora che giudiziarie.

Gratteri, l’eroe antimafia di fronte alle sue ombre

È questo scarto tra immagine pubblica e risultati processuali a generare un nuovo interrogativo: quanto pesa, nella percezione collettiva, il successo mediatico di un magistrato rispetto alla solidità delle sue indagini? E come si concilia la figura dell’“eroe antimafia” con il dovere della magistratura di parlare attraverso le sentenze, non attraverso le telecamere? Domande che restano aperte. Perché la vicenda non è chiusa: altri procedimenti sono in corso, altre motivazioni devono essere depositate. E l’ombra di quella grande inchiesta – nata come promessa di riscatto e finita come un mosaico di assoluzioni – continua a proiettarsi su un magistrato cui l’Italia ha affidato, forse troppo in fretta, il ruolo di protagonista indiscusso della lotta alla mafia.

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