Trump ora vuole controllare pure lo spazio (Ue non pervenuta)
C’è chi sogna lo spazio come ultima frontiera dell’umanità in pace e prosperità e chi, più pragmaticamente, lo considera l’ennesimo territorio da conquistare, da controllare e da difendere. L’amministrazione Trump, con l’ordine esecutivo dal titolo che non ammette modestia – Ensuring American Space Superiority – ha scelto senza esitazioni la seconda via: Luna entro il 2028, scudo missilistico globale nello stesso arco di tempo e, già che ci siamo, una bella centrale nucleare lassù, che fa sempre scena. Il messaggio è chiaro: lo spazio non è più un luogo da esplorare, ma da controllare.
E mentre Washington gioca a Risiko orbitale puntando tutto su Starship, prototipo, power point e ottimismo muscolare, Pechino osserva in silenzio, avanza con tempi più lenti ma costanti e costruisce
pezzo dopo pezzo la propria presenza lunare e la stazione Tiangong. In mezzo, l’Europa. L’Unione
europea, come spesso accade, discute. E basta. Discute di governance, di regole, di equilibri tra Stati
membri e di come non disturbare nessuno, soprattutto se lontano migliaia di chilometri.
Il risultato è che mentre Stati Uniti e Cina parlano il linguaggio della potenza – l’uno a colpi di ordini esecutivi, l’altra con piani pluridecennali – Bruxelles sembra ancora impegnata a capire se lo spazio sia
materia industriale, scientifica o semplicemente un bel tema per convegni ben finanziati. Il rischio è
evidente: nella corsa al controllo dell’orbita, l’Ue potrebbe finire schiacciata come un satellite fuori
rotta tra due superpotenze che accelerano. Da un lato l’America che promette il 2028 sapendo che
l’astrofisica non vota alle elezioni; dall’altro la Cina che non promette nulla ma avanza.
L’Europa, invece, ha eccellenze tecnologiche, un’agenzia spaziale di tutto rispetto e industrie competitive, ma manca di una cosa essenziale: l’ambizione politica di giocare la partita fino in fondo (anche perché, come sempre, non ha una posizione univoca e determinata). Così, mentre Washington sogna il
“Golden Dome” e Pechino costruisce in silenzio, Bruxelles rischia di restare a guardare il cielo con il
naso all’insù e il portafoglio in mano, sperando di non dover pagare il biglietto per un futuro orbitale
deciso da altri. Ironia della sorte: nello spazio.
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