L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Il fisco libero di presumere

di Michele Gelardi -


Gli italiani, avvezzi da lungo tempo all’autoritarismo di Stato vestito di benevolenza tutoria e “democratica”, in tempi recenti rivali dei cinesi per la palma dei più docili indossatori di mascherine al mondo e disposti a cantare l’inno nazionale per magnificare la letizia dell’inutile lockdown, non si sono resi conto di subire le angherie del fisco più esoso e pretenzioso della terra e si sono infine acquietati a essere trattati da evasori presunti. Il fisco italiano, innalzato a nuova divinità, ha il privilegio di non dover dimostrare la propria pretesa, gli basta solo presumerne il fondamento.

E il povero contribuente? Come può difendersi dalla pretesa infondata e illegittima? Semplice: deve dimostrare di non essere evasore, in un lungo processo nel quale parte sconfitto in partenza, poiché la sua controparte è libera di presumere. E cosa accade se questo presunto evasore subisce al contempo un processo penale per gli stessi fatti? Semplice: deve solo gioire, perché finalmente può chiarire di essere innocente innanzi a un giudice che non presume la sua colpevolezza.

Ma la gioia del malcapitato Mario Rossi dura poco. Assolto nel processo penale, si accorge che la pretesa fiscale sopravvive e il giudice tributario non è affatto vincolato al verdetto emesso dal collega. L’innocente in una sede ha buone probabilità di essere considerato colpevole nell’altra. Il marziano, giunto per caso sulla terra, si stupirebbe di simile “miracolo”, ma non il docile cittadino italiano abituato da lungo tempo alla supremazia della pubblica amministrazione. All’innocente-colpevole, sovrastato dalla divinità fiscale, non rimane che chiedere al suo avvocato le ragioni del misterioso “doppio binario“, che tutto il mondo ci invidia. Ne ottiene un’erudita spiegazione di sottigliezze che gli sfuggivano: due motivi impediscono l’accoglimento della sentenza penale assolutoria nel processo tributario. Primo: l’assoluzione potrebbe essere pronunciata per circostanze soggettive, che prescindono dal presupposto impositivo. Secondo: le prove raccolte nel processo penale sono libere e non soggiacciono alle presunzioni valide nel processo tributario.

Forte di queste convincenti spiegazioni, Mario Rossi, innocente-colpevole beffato dal fisco dopo aver gustato il sapore della vittoria, si mette alla ricerca dei tanti innocenti-colpevoli come lui e promuove un comitato d’opinione. La sua idea è semplice e geniale: se l’assoluzione è pronunciata con la formula “perché il fatto non sussiste” o “perché l’imputato non l’ha commesso”, viene a mancare anche il presupposto impositivo, cosicché il giudice tributario non potrà che accogliere il ricorso del contribuente. Inoltre, se l’assoluzione è pronunciata all’esito del dibattimento, il giudice tributario non potrà addurre che sia mancata la prova del fatto (non-sussistente o non-commesso). Insomma, non tutte le sentenze assolutorie, ma almeno quelle in cui ricorrono tali condizioni dovranno pur essere rispettate in sede tributaria.

L’idea ragionevole, accolta dal comitato, patrocinata dal politico mosso a pietà, divenuta proposta di legge, approda infine in Parlamento e diviene norma giuridica a giugno 2024 (art. 1 d. lgs. n. 87) inserita come art. 21 bis d. lgs. n. 74/2000. Ma le pene di Mario Rossi e del suo comitato non sono finite. Nemmeno il fatto non-sussistente o non-commesso, accertato a seguito di dibattimento penale, potrà vincere l’infinita libertà del fisco italiano di presumere. La Corte di cassazione (sentenza n. 3800/2025) ridimensiona ben presto la portata della norma di legge, limitando gli effetti della sentenza assolutoria alle sole sanzioni fiscali, mentre l’imposta rimane sempre esigibile pur a fronte di un fatto non-sussistente o non-commesso. Insomma il fisco ha sempre ragione.

La presunzione di colpevolezza del contribuente ha fatto un ulteriore passo avanti: Mario Rossi non è colpevole fino a prova contraria, ma perfino dopo aver dato la prova contraria. Come in Cina. D’altronde anche lì vige la “democrazia” a beneficio dei docili.


Torna alle notizie in home