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Ambiente

L’Italia senza bonifiche, lo scandalo dei “siti orfani”

Questi luoghi non sono punti su una mappa, ma quartieri, campagne, falde da cui si attinge acqua potabile, terreni agricoli

di Angelo Vitale -


L’Italia senza bonifiche, lo scandalo dei “siti orfani” e il rischio sanitario ignorato in varie aree raccontano un Paese che, negli ultimi decenni, si è ritrovato alle prese con un’eredità ambientale tossica.

Veleni che continuano a produrre danni alla salute pubblica e all’economia delle comunità locali. I dati ufficiali parlano chiaro: il Paese sa di avere migliaia di aree potenzialmente pericolose, ma resta strutturalmente incapace di bonificarle in tempi utili.

È questo il cuore di quello che in molti ormai definiscono uno scandalo nazionale. L’Italia delle bonifiche che non partono, dei cantieri mai aperti, dei suoli e delle falde contaminate che restano tali per decenni, in territori abitati da comunità.

L’Italia senza bonifiche, lo scandalo dei siti orfani

Secondo l’ultimo quadro nazionale fornito dall’Ispra, sul territorio italiano censiti oltre 38mila procedimenti legati a siti contaminati. Di questi, più di 16mila sono formalmente “in corso” e oltre 22mila risultano “conclusi”.

Una realtà però molto meno rassicurante di quanto suggeriscano le etichette amministrative. Nella maggior parte dei casi, l’apertura di un procedimento non conduce alla bonifica realmente eseguita. In media, solo circa il 30 per cento dei procedimenti per un intervento concreto di messa in sicurezza o risanamento, nel restante 70 per cento una pratica chiusa senza che il sito venga effettivamente ripulito.

Una sproporzione che racconta meglio di qualsiasi slogan la distanza tra carte e realtà.

Le aree contaminate

Ancora più grave la situazione dei cosiddetti “siti orfani”, cioè le aree contaminate per le quali non è stato possibile individuare il responsabile dell’inquinamento oppure in cui il soggetto individuato non è più in grado di intervenire.

In teoria dovrebbe essere lo Stato a subentrare per tutelare la salute pubblica e l’ambiente. In pratica, questi siti diventano spesso “buchi neri” amministrativi, dove le competenze si sovrappongono e nessuno decide davvero. Le Regioni attendono risorse dallo Stato, i Comuni non hanno mezzi tecnici, i ministeri si rimpallano le responsabilità. Intanto, la contaminazione resta lì.

Il tempo medio necessario per arrivare a una bonifica completa supera ormai gli undici anni e mezzo dal primo accertamento tecnico. Un dato che, da solo, spiega perché interi territori convivano per una generazione con suoli e acque inquinate. Quasi un Comune italiano su due coinvolto in almeno una procedura di bonifica: oltre 3.600 enti locali hanno nel proprio territorio aree formalmente contaminate. Ma nella maggior parte dei casi nessun cantiere, solo un fascicolo.

Un sistema di competenze frammentate

Una paralisi non casuale. Il sistema italiano delle bonifiche, uno dei più frammentati d’Europa. Le competenze, divise tra Stato, Regioni, Province, Comuni, agenzie ambientali, autorità sanitarie. Ogni passaggio richiede pareri, conferenze di servizi, validazioni tecniche che spesso si bloccano per anni. Una caratterizzazione del suolo contestata o un piano di bonifica rinviato per un’integrazione documentale. l’intero processo si ferma. Nel frattempo, le sostanze inquinanti continuano a migrare nelle falde e nell’aria.

Il rischio sanitario

Un problema non astratto. In molte aree del Paese, l’assenza di bonifiche ha prodotto effetti sanitari misurabili. In Campania, nelle zone della cosiddetta Terra dei Fuochi, l’esposizione ai rifiuti industriali interrati e ai roghi tossici associata a un aumento di tumori, leucemie e patologie respiratorie. In aree industriali storiche come Porto Marghera, Priolo, Taranto o il polo petrolchimico di Siracusa, suolo e falde contaminati per decenni. Prima che partissero interventi solo parziali, lasciando intere generazioni esposte a solventi clorurati, metalli pesanti e idrocarburi.

Lo Stivale dei veleni

I siti orfani rendono questo scenario ancora più drammatico. In Trentino, ad esempio, l’ex discarica di polverino di acciaieria a Borgo Valsugana rimasta per anni una ferita aperta prima che venissero avviati interventi pubblici di messa in sicurezza. A Mori, in località Casotte, un’altra area contaminata da vecchi impianti e serbatoi sotterranei entrata solo di recente in un programma di bonifica finanziato con fondi straordinari. In Toscana, decine di ex miniere e aree industriali dismesse, da Calamita a siti chimici abbandonati, attesi interventi complessi che rischiano di slittare oltre le scadenze europee. In molte zone ex Montedison, sparse tra Lombardia, Veneto e Sicilia, impianti dismessi che continuano a rappresentare un potenziale pericolo ambientale e sanitario.

Questi luoghi non sono punti su una mappa, ma quartieri, campagne, falde da cui si attinge acqua potabile, terreni agricoli. In assenza di bonifiche, il rischio è che l’inquinamento entri nella catena alimentare e colpisca soprattutto le fasce più deboli della popolazione, che spesso non hanno la possibilità di andarsene.

I fondi del Pnrr

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha stanziato circa 500 milioni di euro per i siti orfani, con l’obiettivo di recuperare almeno il 70 per cento delle superfici entro il 2026. È un’occasione storica, ma anche una corsa contro il tempo. Senza una drastica semplificazione delle procedure e senza una regia nazionale forte, quei fondi rischiano di tradursi in nuovi studi, nuovi progetti e pochi cantieri, replicando lo schema che ha paralizzato le bonifiche negli ultimi trent’anni.

La questione dei siti orfani non è solo tecnica. È politica, sanitaria e morale. Significa decidere se lo Stato intende davvero farsi carico dei danni del passato o continuare a scaricarli sulle comunità locali. Finché le bonifiche resteranno intrappolate tra burocrazia e rimpalli di competenze, l’Italia continuerà a essere il Paese delle aree contaminate senza risanamento, dove lo sviluppo del passato si paga ancora con la salute malata del presente.

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