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Ambiente

Rapporto Ispra in Italia. La terra che scivola via

di Priscilla Rucco -


Niscemi è solo l’ultima ferita

La collina che cede metro dopo metro, case inghiottite dal baratro, 1.500 persone costrette a fuggire con una valigia in mano. Niscemi, provincia di Caltanissetta, sta letteralmente scivolando verso la totale distruzione davanti agli occhi del mondo. Ma non è una tragedia improvvisa, né tantomeno inaspettata.

I numeri dell’ultimo Rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico – presentato nel luglio 2025 – sono dati preoccupanti: il 23% del territorio nazionale è a rischio frane, 69.500 chilometri quadrati dove la terra potrebbe cedere. Quattordicimila chilometri quadrati in più rispetto a soli tre anni fa. Un aumento del 15% che, spiega l’Ispra, non è frutto di nuovi smottamenti, ma di studi finalmente condotti con maggior dettaglio dalle Autorità di bacino distrettuali. In pratica, per decenni abbiamo costruito, abitato, pianificato sopra bombe a orologeria geologiche di cui non conoscevamo l’esistenza. O che qualcuno fingeva di ignorare o di non conoscere.

Il Rapporto Ispra: le regioni nella morsa

Campania, Toscana, Liguria ed Emilia-Romagna guidano la drammatica classifica delle aree più esposte. Ma è la geografia degli incrementi a raccontare la storia reale: Provincia di Bolzano +61,2%, Toscana +52,8%, Sardegna +29,4%, Sicilia +20,2%. Le province di Napoli, Salerno, Genova, Torino e Lucca contano oltre 30 mila famiglie ciascuna in zone ad alto rischio. Nove regioni – Valle d’Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Basilicata, Calabria – hanno il 100% dei comuni a rischio idrogeologico. Il 94,5% dei comuni italiani è minacciato da frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera.

Sempre secondo il Rapporto Ispra 2024, quasi sei milioni di italiani vivono in aree pericolose, 1,28 milioni nelle zone a pericolosità massima (classificate P3 e P4). Dietro le percentuali ci sono 582 mila famiglie, 742 mila edifici, 75 mila imprese ed oltre 14 mila beni culturali. Tutti esposti e in pericolo. Tutti vulnerabili. L’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (Iffi) – realizzato da Ispra in collaborazione con Regioni e Arpa – censisce oltre 636 mila frane sul territorio nazionale, due terzi di tutte quelle europee -.

Le dichiarazioni

Stefano Laporta, presidente di Ispra e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, afferma: “Un’approfondita conoscenza dei fenomeni di dissesto è azione fondamentale per programmare adeguate politiche di mitigazione del rischio”. Monitoraggio continuo, aggiornamento degli strumenti di pianificazione, interventi di mitigazione, regole d’uso del suolo rigorose. Gli esperti ripetono da decenni le stesse parole. Ma tra le dichiarazioni e le azioni resta un abisso che inghiotte case, vite, futuro. E noi continueremo a stupirci, a dichiarare emergenze, a promettere che sarà l’ultima volta. Mentre l’Italia, lentamente ma inesorabilmente, continua a franare.

Un Paese costruito sul rischio

Il database ReNDiS documenta che l’Italia ha investito 19,2 miliardi di euro in 25 anni per quasi 26 mila interventi di difesa del suolo. Soldi necessari, ma insufficienti purtroppo. Perché il problema non è solo geologico: è soprattutto culturale, politico ed urbanistico. Come sottolinea ulteriormente il Rapporto, l’incremento delle aree urbanizzate dal secondo dopoguerra ha moltiplicato esponenzialmente persone e beni nelle zone a rischio. Le superfici artificiali sono passate dal 2,7% negli anni ’50 al 7,16% nel 2023. Abbiamo costruito ovunque, ignorando vincoli e buonsenso.


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