Taratata, tarattatata, taratata, taratattatattata…
Il 10 febbraio 1986 usciva un brano che fece storia senza nemmeno capire come ci fosse riuscito
L’attacco di The Final Countdown era arrivato come un faro sparato in faccia: un lampo sintetico che non aveva aperto la canzone, l’aveva imposta. Un suono troppo lucido per essere duro, troppo aggressivo per essere leggero, troppo sicuro di sé per chiedere il permesso. Colpiva e basta, come un fulmine a ciel sereno.
Gli Europe, allora, erano un caso a parte. Una tribù di capelloni che sembravano usciti da un salone di parrucchieri specializzato in supereroi: volti puliti, giacche che riflettevano la luce come in discoteca, pose da guerrieri cosmici che però suonavano in palazzetti pieni di fan scatenati.
Non erano metal: mancava la ruggine, mancava il sudore, mancava la ferocia. Non erano pop: troppo rumorosi, troppo teatrali, troppo convinti di essere sul punto di partire per un pianeta lontano. Stavano in quella zona grigia dove nessuno voleva stare, e proprio lì brillavano.
Credibilità Zero
Il loro attacco era stato una dichiarazione di identità: “Non siamo quello che vi aspettate. Non siamo quello che volete.” Era ciò che succedeva quando l’epica incontrava la lacca. E funzionava. Funzionava perché non cercava di essere credibile: ma era inevitabile. Quel suono non apparteneva a un genere, apparteneva a un immaginario. Era il rumore di un decollo che non portava da nessuna parte, ma che ti faceva credere che il viaggio fosse reale.
I puristi del metal li avevano accusati di essere troppo puliti, troppo pettinati, troppo “da copertina”. I fanatici del pop li avevano trovati eccessivi, ingombranti, troppo “effetto speciale”. E loro, nel frattempo, cotonavano i capelli e salivano sul palco come se stessero per salvare l’universo con un accordo di tastiera.
L’errore perfetto che aveva funzionato
Il punto era che non dovevano funzionare. E invece avevano funzionato proprio perché erano un errore perfetto: un gruppo che non apparteneva a nessuno e quindi poteva appartenere a tutti. Ogni volta che partiva quel synth, non si ascoltava una canzone: si entrava in un mondo dove il confine tra ridicolo e sublime si scioglieva, lasciando solo l’impatto.
Quei capelloni, troppo commerciali per essere duri e troppo tamarri per essere leggeri, avevano fatto una cosa che pochi riuscivano a fare: avevano trasformato l’eccesso in destino.
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