L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Crisi e guerre, sicurezza e libertà, che nessuno si sottragga

di Giuseppe Tiani -

NO MELONI DAY MANIFESTAZIONEI DI PROTESTA DEGLI STUDENTI CONTRO IL GOVERNO DUOMO POLIZIA CARABINIERI ANTISOMMOSSA POLIZIOTTI POLIZIOTTO CARABINIERE


Le rilevazioni demoscopiche descrivono un Paese inquieto, aumenta la percezione di illegalità e, con essa, la domanda di protezione. Cresce però anche la fiducia nella divisa, Carabinieri e Polizia risultano in aumento rispetto al 2024. Non è un applauso cieco, i cittadini sanno distinguere anche quando la cronaca graffia. È un dato che dovrebbe imporre, soprattutto alla politica, di abbandonare la posa e tornare alla sostanza.

Le crisi e le guerre del nostro orizzonte dal fronte europeo al Mediterraneo allargato non restano fuori dai confini, entrano nelle bollette, nelle filiere, nei flussi migratori, nella disinformazione e nelle minacce ibride. In questa pressione lunga e intermittente lo Stato chiede ai servitori in uniforme un impegno straordinario, ma l’eccezione non può diventare normalità fatta di turni impossibili e carichi di lavoro cronici. Si riapre inoltre il capitolo del terrorismo internazionale, spesso non nella forma classica di organizzazioni riconoscibili, ma in modalità frammentate e “molecolari”.

Il rischio dei cosiddetti lupi solitari attori isolati o micro-attori che si radicalizzano nei circuiti digitali e passano all’azione senza una regia è tra le sfide più insidiose per la democrazia, punta sulla sorpresa e usa la paura come moltiplicatore politico. Per questo chiedere di più a poliziotti e carabinieri significa riconoscere il bisogno di più organici, formazione, strumenti, tutele e benessere psicofisico. Oggi, mentre è aperto il tavolo per il rinnovo contrattuale 2025-2027, serve una retribuzione giusta, progressivamente allineata ai principali Paesi europei, finanziando davvero la specificità del lavoro di polizia e l’unicità delle funzioni delle Autorità di Pubblica Sicurezza.

Non si può pretendere efficienza senza garantire dignità, in tema di sicurezza le scorciatoie presentano sempre il conto, e lo pagano cittadini e operatori. Serve un salto più alto se occorre anche corsaro e l’opposizione non può sottrarsi come se la sicurezza pubblica fosse estranea alla propria cultura politica. È un errore che consegna il campo alla propaganda e alla caricatura della forza, fino alle fantasie di militarizzazione sociale come risposta ordinaria alle fragilità urbane (si pensi a chi ha proposto i paracadutisti per “bonificare” aree degradate). La sicurezza è troppo delicata per essere monopolio di una parte.

Montesquieu ricordava che la libertà politica è la tranquillità di spirito che nasce dalla coscienza della propria sicurezza, se è così, la sicurezza è architrave dei diritti, non il loro contrario. Per questo va trattata come questione repubblicana, non come gadget di consenso. Difendere la catena civile della pubblica sicurezza significa difendere i principi della nostra democrazia, ogni scorciatoia spettacolare indebolisce lo Stato e ferisce i diritti. Va rafforzata non indebolita la regia civile, Prefetture, Questure e Commissariati di PS sono i luoghi in cui si tengono insieme coordinamento, legalità e responsabilità democratica, specie quando la sicurezza urbana chiama in campo polizie locali e sindaci. Senza regia unitaria la sicurezza si frammenta, e quando si frammenta perde efficacia e legittimazione. 

La mia postura culturale è sociale e liberale insieme, rifiuto il securitarismo che riduce tutto alla repressione, ma rifiuto anche l’indulgenza fuori tempo che sottovaluta il primo presidio di legalità affidato ai corpi di polizia. La forza dello Stato va usata in modo proporzionale e progressivo per respingere la violenza, e va consentito a poliziotti e carabinieri di difendersi e tutelare i cittadini. Ogni rigurgito di rimilitarizzazione della Pubblica Sicurezza Civile va contenuto, il concorso dei militari può restare nella vigilanza statica di obiettivi sensibili e negli scenari eccezionali, ma alla sicurezza civile compete per legge il primato della direzione e della responsabilità. 

Non c’è crescita senza fiducia, e non c’è fiducia senza sicurezza garantita da regole chiare e istituzioni solide. Investire su organici, tecnologia e formazione rende più sicure le città e più affidabile il Paese, riducendo anche i costi economici della paura e dell’instabilità. Infine, sicurezza non è solo cronaca, è coesione. I sondaggi segnalano un allarme diffuso sulla violenza giovanile, percepita in aumento dall’82%, e sempre più lo spostamento della minaccia nel digitale, i reati informatici sono percepiti in aumento dal 79%. È la prova che serve un disegno ampio, non solo risposte emergenziali, sicurezza urbana e cybersicurezza, giustizia efficiente e sistema penitenziario, lavoro e politica industriale, scuola e territori, prevenzione e tutela degli asset strategici di trasporti e comunicazioni.

Se la sicurezza resta clava elettorale, si parla molto e si governa poco. La fermezza dello Stato è necessaria quando la violenza alza la testa, ma deve restare proporzionata e guidata da una cultura dei diritti di libertà. La sicurezza non può appartenere a una parte, ma diventare terreno di convergenza che protegge i cittadini e rafforza la dignità di chi serve in divisa. La sfida è costruire una egemonia culturale e politica della sicurezza democratica, un senso comune che tenga insieme autorità e libertà, tutela degli operatori e diritti dei cittadini, senza solitudine operativa di poliziotti e carabinieri e senza propaganda.

Leggi anche: Divise e Politica, ma il Paese reale resta fuori dai Palazzi


Torna alle notizie in home