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Attualità

Il punto sulla riforma Nordio e il referendum

di Francesco Da Riva Grechi -


Ormai ci siamo! Finalmente si vota e finisce questa tormentata campagna referendaria. Un risultato lo avremo: tutti i magistrati torneranno a fare il loro lavoro, anche quelli dell’ANM, anche certi Procuratori della Repubblica, fino ad oggi esageratamente sulle barricate, come in politica.

Il Presidente della Repubblica è dovuto intervenire per sedare gli animi, mettendo in guardia coloro che hanno voluto attaccare le istituzioni più sacre, a cominciare dallo stesso Consiglio Superiore della Magistratura. Per affermazione unanime i toni della campagna sono stati vergognosi e troppo esasperati e soprattutto privi di contenuto e verità. Al contrario, le accuse reciproche di discorsi menzogneri sono quotidiane.

L’argomento principale è la soggezione della magistratura alla politica che secondo i sostenitori del si finirà perché, a mio avviso correttamente, si identificano le correnti dell’Anm proprio con la politicizzazione della magistratura e invece, secondo i sostenitori del no, sarà una conseguenza di questa riforma. Come se adesso le correnti della magistratura non fossero politicizzate, forse perché, visto che le correnti egemoni sono di estrema sinistra, le forze dell’attuale opposizione non le considerano frutto di politicizzazione.

La paura fondamentale, che può risultare decisiva, è se questa riforma indebolisce realmente la magistratura nel suo complesso ed il CSM in particolare oppure no. Chi scrive ritiene che la stessa magistratura ha tutto da guadagnare da questa riforma e proprio sul presupposto che le correnti la danneggino.

Dipende da come si legge l’opera di Palamara e la sua narrazione. Se quel sistema è sbagliato e dannoso, allora la riforma Nordio è necessaria e virtuosa perché si tratta di evitare la deriva propria del “sistema Palamara” che con le correnti nello stato attuale può solo incancrenirsi. In sostanza la riforma costituzionale, con la separazione delle carriere ed il sorteggio, è la degna risposta a quel sistema visto nella sua effettiva intrinseca pericolosità.

La prima, anzitutto, elimina quell’intreccio perverso, che, dipendendo la carriera dei giudici da quella dei pubblici ministeri, impedisce un sereno controllo dei primi sull’attività dei secondi, così vanificando tutte le potenzialità positive del processo accusatorio voluto dall’eroe della resistenza, socialista, Giuliano Vassalli ed entrato in vigore, come riforma incompiuta, mancando appunto la separazione delle carriere, nel lontano 1988.

Da allora, anche la grande maggior parte della sinistra ha posto al primo punto dei propri programmi di governo la separazione delle carriere e spesso anche il sorteggio dei candidati alle funzioni direttive. Tuttavia questa lunga tradizione è stata strapazzata dall’opportunità di politicizzare il referendum, obbligato per norma costituzionale, di conferma della riforma votata dal Parlamento, per attaccare frontalmente la premier Giorgia Meloni.

Anche qui bisogna intendersi sul significato di “politicizzazione”: è chiaro che un atto voluto dal governo e votato dalle camere è politico, ma il contenuto eminentemente tecnico delle norme di riforma costituzionale è stato regolarmente travisato nell’ambito del discorso “politicizzato” nel quale ogni argomento, anche menzognero, è stato utilizzato per attaccare il governo e questo è scorretto.     


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