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Economia

L’Opas di Poste su Tim: ritorno al futuro

Quarant'anni dopo. l'iniziativa che chiude (per sempre) l'epoca delle privatizzazioni

di Cristiana Flaminio -


Tim, Poste e Telecomunicazioni. Come tanti anni fa. Due simboli di una stagione che sembra antica. Ricordate? Poste, il simbolo del “carrozzone” pubblico, il posto fisso anti-competitività, lo Stato forchettone nemico dell’efficienza. E Tim. Prima ancora, Telecom. E, ancora un passo indietro, la “gloriosa” Sip. La società dei telefoni. Icona di modernità, di ambizione, dei privati che magicamente entrano in una società e la rendono profittevole. Ricca, ricchissima. Il tempo, che è galantuomo, ha presentato il conto. E no, per i fautori del mercato a tutti i costi, non è stata certo la vittoria che s’aspettavano. Poste, dopo anni passati a rimettersi in sesto, a concretizzare obiettivi e possibilità, a diventare una società capace di lanciare un’Opas (e cioè un’offerta pubblica di scambio) totalitaria del valore di 10,8 miliardi di euro.

Tim e Poste, cosa c’è

Certo, il premio è un po’ basso. Però, per Poste, resta “il culmine di un percorso durato nove anni”, ha dichiarato l’ad Matteo Del Fante. Forse, pure qualche anno di più. Nel progetto di Poste, Tim non verrebbe assorbita. Resterebbe, anzi, una stand alone company. Ossia un’impresa con la più ampia autonomia decisionale e strategica. E poi a nessuno, con un minimo di sale in zucca, verrebbe in mente di annacquare un brand, come è appunto quello di Tim, perfettamente posizionato e conosciuto dal grande pubblico. L’obiettivo, ha detto Del Fante, è quello di creare “un indiscusso campione nazionale strategico”. E questo perché “Tim è il partner perfetto per Poste italiane a livello della piattaforma retail Poste e ci mette nelle condizioni di creare un fondamentale service provider per la pubblica amministrazione e le aziende promuovendo una evoluzione digitale in questa era di trasformazione”.

Strategia italiana

Una mano lava l’altra e tutte e due fatturano miliardi difendendo, al contempo, l’italianità di strutture digitali sempre più delicate e strategiche. Rifare, in definitiva, quella che una volta si chiamava Poste e Telecomunicazioni con l’assalto di Del Fante a Tim. E qui si pone la questione. Stiamo indietro oggi o erano avanti ai tempi del pentapartito? Già, perché la vicenda è molto più importante di quanto a tutta prima possa apparire.

L’intervento dello Stato non è più un tabù

Viviamo in un’era in cui servono miliardi, e ne servono tanti, per presidiare campi strategici fondamentali. A distanza di trenta-quarant’anni dall’era delle privatizzazioni, del laissez-faire ispirato dalla caduta del Muro di Berlino come unica possibile lettura della (fine della) storia (ciao, Fukuyama), l’Europa e non solo l’Italia si ritrova senza uno straccio di campione in nessuno, o quasi, i comparti economici strategici. Eppure il futuro si iniziava a vedere già allora. Mentre si tuonava contro l’Iri, si facevano privatizzazioni abbastanza chiacchierate (come accade, poi, proprio con Telecom). Affidarsi completamente ai mercati ha portato l’Europa a perdere la bussola. E a subire, oggi, il dominio di colossi affermati, come gli Stati Uniti, e di una potenza a quell’epoca insospettabile, ma oggi innegabile, come la Cina. Se Pechino ci è riuscita attuando il socialismo con caratteristiche cinesi di Deng Xiao Ping, con una pianificazione ossessiva ma di ampio respiro che ha fatto dell’Asia la “fabbrica del mondo”, Washington ha saputo puntare fortissimo sul digitale.

Il cucciolo di renna nella gabbia dell’orso

Un intervento statale, sì. Pure in America. E non è sempre questione di capitali. A volte basta, come accadde negli anni passati, garantire alla Silicon Valley una sorta di “immunità” e una legislazione più che favorevole per vederla fiorire. Invece ci siamo ritrovati, ormai cinque anni fa, con l’ex viceministro Usa al Commercio alla presidenza Clinton, Larry Irving, a fare pubblica ammenda per aver fatto delle leggi, agli albori del web, che hanno portato a un sostanziale oligopolio digitale. “Non metti il cucciolo di renna nella gabbia dell’orso polare”, la metafora usata da Irving. Peccato, però, che quel cucciolo sia cresciuto e si sia trasformato in un affamatissimo T-Rex. Oggi, i fatti danno ragione all’interventismo (strategico) dello Stato nell’economia. Dà ragione a un modello, quello che fu (anche) dell’Iri e della Cassa del Mezzogiorno. Un modello che, a quell’epoca, fece di tutto per farsi volere (poco) bene. Ma che, di fondo, aveva le sue buone ragioni. E che adesso tornano di prepotenza in cima al dibattito politico. Tim e Poste. Anzi, Poste e Telecomunicazioni. Quarant’anni, una traversata nel deserto, per ritrovarsi. Forse.


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