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Politica

Caso Piantedosi: un altro test di tenuta del governo

L'ombra di una perenne strategia difensiva. Da tenere lontano, il concetto di "sopravvivenza"

di Giorgio Brescia -


Caso Piantedosi, il governo e la politica nuovamente a fare i conti con l’intersezione tra sfera privata e responsabilità pubblica. Tutto, in un momento in cui la tenuta dell’equilibrio dell’esecutivo è tra le principali necessità della premier Giorgia Meloni.

Il caso Piantedosi

Subito battezzata “caso Piantedosi”, la vicenda travalica la cronaca di costume. Scaturita da dichiarazioni della giornalista Claudia Conte circa una relazione con il titolare del Viminale – già avvolte da radiografie per scandagliarne circostanze e motivazioni – è stata liquidata dal ministro come “questione esclusivamente privata”. Non priva, però, di implicazioni politiche e istituzionali.

A Palazzo Chigi la preoccupazione non riguarda la moralità del singolo, ma la vulnerabilità della funzione. Matteo Piantedosi non è un ministro qualunque: è il custode dell’ordine pubblico, il vertice da cui dipendono le forze di polizia e l’autorità che gestisce dossier di massima sicurezza.

In un contesto interno e internazionale segnato da forti tensioni, la relazione con una figura che opera nel mondo della comunicazione e che ha ricoperto incarichi istituzionali solleva interrogativi sulla sicurezza dei flussi informativi.

Zero opacità

Indispensabile, quindi, annullare senza indugio ogni possibile “opacità”, chiarendo se tale vicinanza possa aver creato, anche involontariamente, falle nella riservatezza o situazioni di potenziale conflitto d’interesse. Per Giorgia Meloni, la stabilità del Viminale è un pilastro non negoziabile. Ogni, pur lontana o interessata, percezione di “inappropriatezza” rischia di indebolire l’autorevolezza del ministro, finora mai messa in discussione da alcuno. Le opposizioni, come prevedibile, hanno immediatamente cercato di sovrapporre la vicenda al precedente “Sangiuliano-Boccia”.

Differenze marcate, ma il il parallelismo forzato serve a nutrire una narrazione di “instabilità etica”. Un “avvitamento” che giunge in un momento delicatissimo con la premier impegnata, dopo l’esito del referendum, in un complesso piano di riordino e riassetto per consolidare la maggioranza.

No alla “sopravvivenza” del governo

Ora, c’è l’ombra di una perenne strategia difensiva. L’indebolimento d’immagine di Piantedosi fa riemergere con forza l’ipotesi di un rimpasto di governo, una prospettiva finora scongiurata. Con il corollario di un’accelerazione mediatica sulla “corsa al Viminale” cui mai ha rinunciato il vicepremier Matteo Salvini. Un test di tenuta per la capacità di continuare a marciare. Tenendo lontanissimo il concetto di “sopravvivenza” dall’agenda di governo.


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