L’algoritmo del potere: la tua photo opportunity è una trappola
Claudia Conte, un caso di scuola per le trasformazioni del mestiere di fare informazione
In quella che un tempo avremmo definito, con i maestri della Scuola di Francoforte o con un giovane Umberto Eco, “critica della comunicazione”, il fenomeno della photo opportunity oggi non può essere liquidato come semplice vanità. Perché rappresenta la logistica della visibilità in un’era di informazione allo spasimo.
Cosa è la photo opportunity
Non ci sono scappatoie. E’ un evento mediatico programmato il cui valore non risiede nell’azione compiuta, ma nella sua riproducibilità visiva. Quasi sempre una messinscena ad uso della stampa dove il soggetto negozia la propria rilevanza attraverso la prossimità fisica a icone del potere o del prestigio.
Il caso Claudia Conte: decine di foto ovunque
Dobbiamo guardare a queste immagini — si pensi alla grammatica visiva dei profili di Claudia Conte — non come a foto, ma come a “tessere” di un’arrampicata sociale eterna.
Qui entra in gioco la “monetizzazione” del capitale sociale di Pierre Bourdieu. La foto con il potente non è un ricordo, è un arbitraggio. Il soggetto cattura una quota del prestigio di “Tizio” per essere valutato meglio da “Caio”.
È un’operazione di posizionamento algoritmico. Si istruisce il pubblico (e i motori di ricerca) sulla propria rilevanza per pura prossimità fisica.
Dal potere alla bufera mediatica
Un’arma a doppio taglio. Cavalcata da chi ne gode, fin quando dura. E anche dai media che poi possono ritorcerla contro chi l’ha usata.
Il punto di caduta più critico per questo modo di fare informazione (è giornalismo?) risiede – per chi ha studiato questi argomenti – nella teoria dello “pseudo-evento” di Daniel Boorstin. Uno studioso che oggi Donald Trump avrebbe cacciato dalla Biblioteca del Congresso…
La “radiografia” di ogni fotografia….
In un mondo di informazione accelerata, il giornalismo non ha più il tempo dell’inchiesta e si rifugia nell’iper-interpretazione del pixel. Poiché la photo opportunity è l’unico materiale disponibile, diventa la fonte paradossale di approfondimenti infiniti su casi o scandali. Non si analizzano i fatti, ma la “messa in scena” dei fatti.
In queste ore, per esempio, si mette sotto il vetrino ogni foto di Claudia Conte. Arrivando a denunciare che ne abbia “truccato” qualcuna, quella con Papa Francesco o con Silvio Berlusconi.
Ma il ragionamento vale pure per la foto in questi giorni “addossata” alla premier Giorgia Meloni. Tempo di durata stimato su certi media? Quasi infinito.
Tutto è “instagrammabile”
Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han ha studiato a fondo la società dell’immagine, definendola della “trasparenza”. Perché tutto diventa visibile, esposto e “instagrammabile”.
Viviamo in una “società dell’esposizione” dove la trasparenza non illumina, ma acceca. E quindi l’approfondimento giornalistico contemporaneo è diventato un’operazione di interpretazione di un vuoto. Si seziona la postura, l’accessorio, il riflesso negli occhiali, trasformando il “nulla visivo” in un testo sacro da decriptare.
Claudia Conte, un caso di scuola
La vicenda della giornalista-scrittrice-regista (e tanto altro) è illuminante. Siamo oltre la società dello spettacolo di Guy Debord. Qui l’immagine non media più il rapporto sociale, lo sostituisce integralmente.
Il rischio, per chi fa informazione, non più il moralismo di costume, ma la mutazione del mestiere in una forma di contabilità simbolica. Prima, per misurare e riconoscere il successo non dai risultati, ma dalla capacità di stare in un frame prestigioso. Dopo il clamore e lo scandalo, per diventare biologi dell’inganno, vivisezionando ogni pixel.
Torna alle notizie in home