Caso Arizza, l’UniPa cerca di correre ai ripari dopo la maxi truffa
Da febbraio l'inchiesta della Procura europea sulla distrazione dei fondi pubblici Ue
Caso Arizza: l’inchiesta sulla presunta maxi truffa legata ai fondi europei per la ricerca presso l’Università di Palermo registra un’accelerazione.
Caso Arizza, la mossa del rettore
Per la maxi truffa una mossa istituzionale. Il rettore dell’ateneo palermitano, Massimo Midiri, ha inviato una lettera formale ai magistrati della Procura Europea, Geri Ferrara e Amelia Luise, confermando la volontà dell’istituzione di collaborare pienamente con l’autorità giudiziaria.
La scelta del vertice di UniPa, non solo simbolica. Midiri ha annunciato che l’Università si costituirà parte civile nell’eventuale processo, definendo le accuse emerse come inaccettabili e profondamente lesive per il prestigio e l’onestà della comunità accademica siciliana.
Il sistema che intercettava i fondi pubblici
Al centro della vicenda giudiziaria, il professor Vincenzo Arizza, ordinario di Zoologia e figura chiave del dipartimento Stebicef. Eaccusato di aver coordinato un sistema volto a intercettare fondi pubblici per progetti di ricerca. Che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero rimasti in gran parte sulla carta.
L’indagine ipotizza un danno complessivo di circa quattro milioni di euro, di cui la stragrande maggioranza proveniente da stanziamenti dell’Unione Europea e la restante parte da fondi statali.
Le accuse contestate a vario titolo ai 23 indagati includono truffa aggravata, corruzione, falso ideologico e turbata libertà degli incanti, delineando un quadro di gestione arbitraria delle risorse destinate allo sviluppo scientifico tra il 2018 e il 2024.
Le indagini
L’indagine della Guardia di Finanza, scaturita dalle denunce di alcuni ricercatori interni, ha messo in luce un presunto meccanismo basato su rendicontazioni alterate e acquisti fittizi di strumentazioni tecniche.
Secondo i magistrati, diverse ore di lavoro sarebbero state fatturate da docenti e assegnisti che non avrebbero mai effettivamente partecipato alle attività scientifiche previste dai programmi, come nel caso del progetto Bythos.
In alcuni episodi, i fondi neri sarebbero stati creati attraverso la complicità di imprese esterne per l’acquisto simulato di attrezzature informatiche, smart tv e smartphone di ultima generazione, utilizzati poi per scopi strettamente personali anziché per le necessità del laboratorio.
Le misure
Sul fronte delle misure cautelari, il Tribunale del Riesame ha recentemente confermato il rigetto delle richieste di arresto e sospensione avanzate dalla Procura. Pur riconoscendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico di Vincenzo Arizza e del suo staff, i giudici hanno ritenuto che non vi fosse più l’esigenza di urgenza, dato che le condotte illecite risulterebbero esaurite nel tempo.
La difesa del professore Arizza, affidata all’avvocato Vincenzo Lo Re, continua a respingere fermamente ogni addebito, sostenendo di aver depositato prove documentali che attestano l’effettivo svolgimento delle ricerche e la pubblicazione dei risultati scientifici a livello internazionale.
L’immagine dell’ateneo siciliano
Mentre la battaglia legale si sposta ora sulla verifica dei flussi finanziari e delle pubblicazioni prodotte, l’Università di Palermo tenta di blindare la propria immagine avviando parallelamente un’indagine interna.
L’obiettivo di Midiri, isolare le responsabilità individuali per evitare che il caso Arizza possa compromettere i futuri stanziamenti legati al Pnrr e ai fondi strutturali europei, vitali per il comparto scientifico dell’isola.
La vicenda resta dunque aperta, sospesa tra la difesa dell’autonomia della ricerca e la necessità di fare chiarezza su una delle indagini più pesanti che abbiano mai colpito l’ateneo di Viale delle Scienze.
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