La toga come arma
C’è una differenza enorme tra criticare una riforma della giustizia e dichiarare guerra a chi quella riforma la propone perché non ha procedimenti penali con cui fermarlo. Una differenza che non è di sfumatura, ma di sostanza. Anzi, di legalità.
Le mail emerse nel 2024 dalla mailing list interna a una corrente della magistratura non raccontano un dibattito, per quanto acceso, sul merito delle riforme. Raccontano qualcosa di molto più inquietante: magistrati che ragionano su come neutralizzare un presidente del Consiglio non perché stia violando la legge, ma precisamente perché non la viola. Meloni è “più pericolosa di Berlusconi”, si scrivevano, perché non avendo procedimenti penali personali non combatte la magistratura per difendersi, ma per cambiare davvero l’assetto della giustizia.
Il potere giudiziario della magistratura si fa arma politica
Fermiamoci un momento su questa logica. Tradotta in chiaro, dice: il problema non è chi ha torto, ma chi non possiamo fermare con i nostri strumenti abituali.
Questo non è un eccesso di zelo corporativo. Non è nemmeno una semplice invasione di campo tra poteri dello Stato. È qualcosa che si avvicina pericolosamente a ciò che in democrazia si chiama eversione istituzionale strisciante: l’uso distorto di un potere legittimo — quello giudiziario — per impedire a chi ha vinto le elezioni di governare secondo il mandato ricevuto dai cittadini. Se un magistrato usa la toga non per applicare la legge ma per eliminare un avversario politico che la legge la rispetta, non sta facendo il suo dovere. Sta commettendo un abuso. E un abuso di questo tipo, esercitato da chi ha il potere di privare le persone della libertà, non è un errore da correggere con una circolare: è un fatto che la legge dovrebbe perseguire.
Una questione costituzionale: chi attacca la democrazia deve essere indagato
Il punto non è di destra né di sinistra. È costituzionale. In una democrazia, il potere di governare lo assegnano i cittadini con il voto. Nessun ordine, nessuna corrente, nessuna mailing list ha il titolo per revocarlo. Chi lo tenta — con le intercettazioni, con i processi costruiti, con le pressioni, o semplicemente ragionando ad alta voce su come “fermare” chi non ha commesso reati — non sta difendendo la giustizia. Sta attaccando la democrazia.
E questo, a differenza di tante cose di cui si discute in Italia, non dovrebbe essere oggetto di dibattito. Dovrebbe essere oggetto di indagine.
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