Qui Bruxelles… Giustizia, dopo il referendum: le riforme che l’Unione europea continua a chiedere
Il referendum sulla giustizia si è concluso con la vittoria del NO. Un esito che va rispettato, come espressione della volontà popolare. Ma che non chiude – né potrebbe farlo – la questione delle riforme necessarie al sistema giudiziario italiano.
Da Bruxelles, il punto di osservazione resta quello delle istituzioni europee e degli organismi internazionali che da anni analizzano il funzionamento della giustizia nei Paesi membri. Tra questi, il GRECO (Gruppo di Stati contro la Corruzione del Consiglio d’Europa) rappresenta una delle voci più autorevoli. Provvede al monitoraggio della conformità dei suoi 49 Stati membri con gli strumenti di lotta alla corruzione del Consiglio d’Europa.
E le sue valutazioni sull’Italia sono tutt’altro che superate.
Il GRECO ha infatti evidenziato criticità strutturali che non dipendono dall’esito di un referendum: individua come criticità centrale la forte influenza delle correnti nelle dinamiche interne della magistratura.
Secondo il rapporto, le correnti esercitano un’influenza indebita sulle nomine, sulle progressioni di carriera e sul funzionamento del CSM, generando un rischio di favoritismi, scambi di sostegno e pressioni interne incompatibili con gli standard europei di indipendenza.
Inoltre, il sistema disciplinare della magistratura italiana é percepito come debole, con una gestione non adeguata dei conflitti di interesse ed una certa permeabilità tra magistratura e politica.
Non si tratta di rilievi marginali. Riguardano il cuore dell’indipendenza giudiziaria, non solo nella sua dimensione esterna – rispetto agli altri poteri dello Stato – ma anche in quella interna.
È proprio qui che il dibattito italiano mostra i suoi limiti. Si difende, giustamente, il principio dell’autonomia e dell’indipendenza, ma si fatica ad affrontare con la stessa chiarezza le condizioni che rendono quell’autonomia e quell’indipendenza credibili e condivise.
Il GRECO non chiede meno indipendenza. Chiede più trasparenza, più responsabilità, più regole: criteri chiari per le nomine, decisioni motivate e tracciabili, un sistema disciplinare efficace, norme rigorose sui conflitti di interesse, una separazione più netta tra magistratura e politica.
L’esito referendario ha respinto alcune soluzioni, ma non ha cancellato queste criticità. Né ha attenuato le aspettative europee nei confronti dell’Italia.
Per questo, oggi più che mai, diventa decisivo ciò che accade all’interno della magistratura.
Una speranza, da Bruxelles, ma anche da cittadino italiano, è che i magistrati che hanno avuto il coraggio di esporsi a favore della riforma – come la PM di Santamaria Capuaveter Annalisa Imparato, il giudice civile del Tribunale di Roma Alberto Confarini e diversi altri – non restino voci isolate. Ma possano invece contribuire a dare vita, all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati e del Consiglio Superiore della Magistratura, a una corrente autenticamente riformista.
Una corrente capace di rompere il silenzio, di superare logiche di appartenenza e di riportare al centro merito, trasparenza e senso delle istituzioni. Perché – come molti osservatori e gli stessi magistrati più liberi e riformisti riconoscono – la magistratura non è un monolite, ma una realtà attraversata da dinamiche interne che possono e devono evolversi.
È da lì, forse, che può nascere il vero cambiamento: non da uno scontro tra poteri, ma da un dialogo serio tra magistratura e politica. Un dialogo che non sia fatto di contrapposizioni ideologiche, ma di responsabilità condivise, nell’interesse dei cittadini.
Rispondere alle indicazioni del GRECO non è un atto dovuto all’Europa. È un dovere verso milioni di italiani che chiedono una giustizia più equa, più trasparente e più credibile.
Perché la fiducia non si impone per legge. Si conquista.
E la giustizia, in una democrazia, non appartiene a una corporazione. Appartiene ai cittadini.
E, da Bruxelles, per questa settimana, è tutto.
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