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Giallo ricina: fuga da Pietracatella, il veleno un affare di famiglia

I superstiti della famiglia da mesi oggetto di indagini hanno lasciato il paese

di Giorgio Brescia -

Antonella Di Ielsi (2-D) e Sara Di Vita (D) con il marito Gianni Di Vita e la figlia Alice di Vita in una immagine esposta durante i funerali nel Santuario della Madonna di Costantinopoli a Pietracatella, in provincia di Campobasso, 10 gennaio 2026. ANSA/NICOLA LANESE


Mentre i superstiti abbandonano il paese nel silenzio, la Procura stringe il cerchio sul movente del “giallo della ricina”. Il veleno prodotto “in casa” e le ombre sui familiari trasformano la tragedia di Antonella e Sara in un intrigo domestico senza via d’uscita.

L’inchiesta sull’avvelenamento da ricina

I fatti hanno sconvolto il Molise ma ormai superato la fase delle ipotesi generiche. I campo si è ristretto drasticamente all’interno delle mura della villetta di Pietracatella.

Fonti inquirenti confermano che la pista del “killer esterno” è ormai tramontata, lasciando spazio a una realtà più cruda. Il movente, che la Procura di Larino dichiara di aver finalmente inquadrato, affonda le radici in conflitti sotterranei e dinamiche di odio familiare rimaste nascoste per anni.

Il veleno “fai-da-te”: la prova della premeditazione

A spostare l’ago della bilancia, la conferma della natura artigianale del veleno. Non un acquisto tracciabile sul web, ma un’estrazione meticolosa dai semi della pianta di ricino.

Questo dettaglio cambia tutto: chi ha ucciso Antonella Di Ielsi e la giovane Sara non è un criminale esperto di chimica. All’opera qualcuno che ha avuto il tempo, la pazienza e soprattutto l’accesso indisturbato alla cucina e agli alimenti delle vittime.

La preparazione “domestica” della ricina è la firma di chi viveva fianco a fianco con le vittime.

L’allontanamento dei Di Vita: sospetto o necessità?

La notizia del giorno è l’abbandono del paese da parte di Gianni Di Vita e della figlia Alice. I superstiti hanno lasciato l’abitazione di Pietracatella ove vivevano, ufficialmente per sottrarsi alla pressione mediatica e al clima pesante che si respira nel borgo.

Tuttavia, questo movimento si intreccia con il cambio di strategia legale di Gianni Di Vita e con le pesanti incongruenze emerse negli ultimi interrogatori.

Le tracce digitali: la verità negli smartphone sequestrati

L’ultimo atto del giallo si gioca sulla memoria digitale dei telefoni e di un computer. La Procura sta passando al setaccio ogni singola chat, cercando il riscontro oggettivo al movente familiare individuato.

Si cercano tracce di ricerche sulla tossicità dei semi di ricino o messaggi che possano documentare l’ultimo scontro fatale. Se i dati forensi confermeranno i sospetti, l’allontanamento da Pietracatella potrebbe assumere una nuova luce.


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