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Editoriale

Il successo di Aviolancio ci fa grandi, svendere gli asset molto meno

di Adolfo Spezzaferro -


Molto bene la prima missione suborbitale del programma Aviolancio, conclusa nel Golfo del Messico. È la prova concreta che l’Italia possiede competenze industriali e scientifiche capaci di competere ai massimi livelli globali. Un successo raggiunto grazie alla sinergia tra intelligenze e imprese – dal CNR alla padovana T4i, fino a COMINT.

L’idea di Aviolancio è tanto semplice quanto rivoluzionaria: usare un aereo vettore per portare il razzo oltre la parte più densa dell’atmosfera, riducendo costi e aumentando flessibilità. Una soluzione pragmatica, made in Italy che, in un mercato – quello dei microsatelliti – destinato a crescere in modo esponenziale, permette di effettuare lanci rapidi e “on demand”.

Siamo di fronte a un vantaggio strategico enorme, sia sul piano economico sia su quello della sicurezza nazionale. Molto male invece la cessione di asset strategici – un controsenso, se andiamo a vedere. Perché mentre l’Italia dimostra di poter costruire filiere tecnologiche sovrane e asset industriali ad altissimo valore aggiunto, troppo spesso continua a cedere pezzi strategici del proprio sistema produttivo a gruppi stranieri.

Porti, telecomunicazioni, energia, tecnologia, la compagnia di bandiera: negli ultimi anni abbiamo assistito a una lenta ma costante perdita di controllo su settori decisivi. Da una parte l’eccellenza di progetti come Aviolancio; dall’altra la tentazione della svendita. È una contraddizione che il Paese non può più permettersi. Difendere gli asset strategici non significa chiudersi al mercato, ma comprendere che alcune competenze valgono più del profitto immediato.

Aviolancio ci racconta un’Italia che innova, investe e compete. Ma l’Italia dovrebbe imparare, una volta per tutte, a difendere il proprio futuro con la stessa determinazione con cui costruisce le sue eccellenze.


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