Siamo un’eccellenza mondiale nel riciclo che però arranca sotto il peso di una dipendenza estera ormai insostenibile
L’ottavo Rapporto nazionale sull’economia circolare, presentato oggi dal Circular Economy Network in collaborazione con Enea, scatta una fotografia del record ma pure di un’Italia a due velocità.
Circular, primi ma…
Un’eccellenza mondiale nel riciclo che però arranca sotto il peso di una dipendenza estera ormai insostenibile. In un panorama globale segnato dalla crisi dello Stretto di Hormuz, dalle tensioni croniche con la Russia e dal ritorno dei dazi protezionistici americani, la circolarità non è più solo una scelta ecologica, ma una questione di sicurezza nazionale e competitività industriale.
I primati del Modello Italia
L’Italia si conferma leader indiscussa per efficienza tra le grandi economie dell’Unione Europea: un record per l’economia circolare. Il nostro Paese vanta il tasso di utilizzo circolare di materia più alto (21,6%, contro una media Ue del 12,2%) e una capacità di riciclo dei rifiuti gestiti che sfiora l’85,6%, doppiando sistematicamente le performance di giganti come Germania (44,4%) e Francia (52,3%). Anche sul fronte della produttività, l’Italia primeggia generando 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di risorsa consumata.
Il paradosso della dipendenza
Tuttavia, questi record si scontrano con un dato allarmante: l’Italia è il Paese UE più esposto alle fluttuazioni dei mercati esteri. Il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dalle importazioni, una quota doppia rispetto alla media europea. Nel 2025, questa dipendenza è costata al Paese quasi 600 miliardi di euro, con un rincaro della spesa del 23,3% rispetto al 2021, nonostante una diminuzione dei volumi fisici importati. Il costo di metalli strategici come rame e nichel è aumentato del 18%, mettendo sotto pressione l’intera catena del valore manifatturiera.
Sicurezza e materie prime critiche
Il rapporto mette in luce la vulnerabilità europea su elementi essenziali per la transizione verde: il magnesio (controllato all’88% dalla Cina) e il fosforo (dipendenza UE all’82%). Claudia Brunori (Enea) e Edo Ronchi (Cen) sottolineano come la “miniera urbana” e il riciclo dei fanghi di depurazione siano ormai gli unici giacimenti sicuri a disposizione. In vista del futuro Circular Economy Act europeo, l’Italia deve invertire il preoccupante calo degli investimenti privati (scesi allo 0,5% del Pil) e accelerare i progetti Pnrr, attualmente in forte ritardo, per non perdere il treno della sovranità industriale entro il 2030.