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La Filippica – Le parole non sono armi: i silenzi sì

di Alberto Filippi -


C’è una scena nel film Lenny di Bob Fosse – 1974, Dustin Hoffman nei panni del comico Lenny Bruce – che vale più di mille saggi di linguistica e di sociologia. Bruce lo spiega dal palco con la brutalità disarmante dei geni: è la repressione di una parola che le dà forza, violenza, malvagità. Una parola lasciata libera di circolare si consuma. Si svuota. Diventa rumore. Una parola proibita diventa un’arma.

Cinquant’anni dopo, in Italia, un uomo applica quell’insegnamento con coerenza rara. Si chiama Tommaso Cerno, è giornalista, è ex parlamentare, ed è omosessuale. In televisione usa deliberatamente la parola “frocio” – riferita a sé stesso – spiegando con calma che non essendoci nulla di male nell’essere ciò che è, nessun sinonimo potrebbe offendere chi che sia. È Bruce redivivo. È la dimostrazione pratica che il veleno di certe parole non sta nelle sillabe, ma nel potere che una società timorosa sceglie di consegnare loro. E da questa scena, da quest’uomo, parte una riflessione più ampia – e più scomoda.

Gli ultimi decenni hanno visto una certa cultura – prevalentemente di sinistra, sia detto senza astio ma senza ipocrisia – costruire una liturgia del divieto linguistico. Parole bandite, espressioni censurate, saluti perseguiti. Il risultato paradossale è stato esattamente l’opposto di quello sperato: ogni parola messa all’indice è diventata un simbolo, un codice, un trofeo per chi voleva usarla con cattiveria. Si combattevano le parole e si perdeva la battaglia delle idee. Perché vietare non protegge. Vietare amplifica. Le idee – tutte le idee, espresse democraticamente – non possono essere impedite.

Questa non è provocazione: è il fondamento di ogni società libera. Ciò che diventa azione illegale non si può fare, ma non si può impedire ciò che democraticamente la rappresenta. La distinzione è cruciale, ed è la linea che separa la democrazia dall’arbitrio.

Da qui una confessione, se vogliamo chiamarla così: non credo che l’antifascismo sia un valore. Lo dico con rispetto per chi la pensa diversamente, e lo argomento. Primo: non esistendo il fascismo, combattere qualcosa di inesistente ha un senso culturale modesto. Secondo – e qui cito persone ben più autorevoli di me – fu detto con lucidità profetica che i fascisti del futuro si sarebbero presentati come antifascisti. In un mondo in cui i partiti si distinguono per programmi che cambiano a seconda delle stagioni politiche, copiandosi e invertendosi vicendevolmente, è diventato grottesco perseguire un saluto. Quel saluto che per vent’anni di regime richiamava un’ideologia è lo stesso gesto con cui Cesare salutava le legioni da secoli. Vietarlo non onora le vittime della storia. Le onorerebbe non ricreare le leggi che ne hanno permesso il sacrificio.

Il vero pericolo, infatti, non arriva da spettri disarmati di cent’anni fa. Arriva da chi oggi entra nei nostri paesi liberi sfruttando la loro stessa libertà, con l’obiettivo dichiarato – o taciuto ma praticato – di ridisegnarne le regole nel nome di un’altra legge. Basta guardare le fotografie delle donne iraniane negli anni Sessanta e Settanta: capelli al vento, università, libertà. Poi guardare cosa è rimasto dopo l’avvento degli ayatollah. La stessa storia si è ripetuta in Afghanistan, in Pakistan, in parte d’Africa, in Siria.

Erano società imperfette, certo. Ma erano società aperte. Le nostre bambine di oggi meritano di crescere in un mondo in cui potranno istruirsi, scegliere, vestirsi, amare. Nessuna cultura importata – per quanto ci venga presentata come minoranza da rispettare — può avere il diritto di erodere queste libertà dall’interno. Difenderlo non è razzismo. È coerenza con i valori che diciamo di avere.

Chiudiamo allora il cerchio. Se l’obiettivo reale di chi si definisce antifascista è preservare la libertà e prevenire le dittature, bene: che quella energia si traduca in leggi serie sull’immigrazione, in tutele concrete per le donne – comprese quelle che vivono all’interno di comunità che non riconoscono la loro autonomia – in strumenti giuridici che impediscano a chiunque, qualunque sia la sua fede, di imporre ad altri le proprie regole nel territorio di uno Stato libero.

E che si smetta, una volta per tutte, di combattere mulini a vento con le parole, mentre si ignorano i venti reali che soffiano contro le nostre libertà. Perché vietare ciò che non esiste è da stupidi, e usare le parole per ferire è possibile solo finché la società sceglie di caricarle di quella forza. Una società davvero matura le disinnesca – usandole, parlandone, togliendogli il potere del tabù. Ed è proprio per questo, cari lettori, che vi saluto oggi – come Cesare salutava le legioni.


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