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Attualità

La cittadinanza non è un diritto eterno

di Alberto Filippi -

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C’è stato un momento, negli ultimi giorni, in cui la cronaca italiana ha fatto quello che sa fare meglio quando vuole disturbare il sonno della gente perbene: ha sbattuto in faccia a tutti la realtà nuda e cruda di un’auto lanciata contro otto persone, corpi sbalzati sull’asfalto e un giovane italiano di seconda generazione – di origine africana – alla guida. Otto feriti, alcuni in condizioni gravissime. Non un incidente. Un fatto. E i fatti, si sa, non hanno sensibilità da proteggere. Per una volta, però, la politica non ha aspettato che la polvere si posasse per fare finta di niente. Stanno avanzando, finalmente – e sottolineo finalmente – alcune proposte di legge che introducono la possibilità di revocare la cittadinanza a chi l’ha acquisita e poi ha deciso di utilizzarla come carta straccia. Non al posto delle pene previste dal codice penale, sia chiaro: in aggiunta. Una sanzione ulteriore, simbolica e sostanziale, che dice al diretto interessato una cosa semplice e chiarissima: hai tradito il patto. Il patto si scioglie.

Il patto sociale tradito: quando l’integrazione non è mai esistita

Ora, so già cosa sta pensando una parte di questo Paese. Sta pensando che sia una misura draconiana, sproporzionata, forse persino incostituzionale. Sta pensando ai diritti, all’integrazione, al contesto sociale. Capisco. Ma permettetemi di rispondere con una domanda altrettanto semplice: quando un cittadino naturalizzato brutalizza, minaccia, aggredisce, inneggia contro la nostra cultura, deride la nostra religione principale, e fa capire in ogni modo che dell’Italia e degli italiani non gliene importa assolutamente nulla, di quale integrazione stiamo parlando? Di quale percorso condiviso? Di quale patto sociale? Perché se quel patto non è mai esistito nella testa di chi l’ha firmato, allora anche la firma vale zero. La cittadinanza italiana non è un abbonamento a Netflix che rimane attivo anche se non la usi. È un riconoscimento solenne, conquistato attraverso anni di presenza, di dimostrata volontà di far parte di questa comunità, di rispetto autentico – non di tolleranza rassegnata – verso le sue leggi, la sua storia, le sue tradizioni, la sua identità. Chi ottiene la cittadinanza non ha semplicemente cambiato documento. Ha sottoscritto un contratto morale con la nazione che lo ha accolto. E i contratti quando vengono violati in modo grave e consapevole, si risolvono. È diritto civile base. Figuriamoci diritto costituzionale.

I casi concreti: odio, radicalizzazione e bandiere nemiche in tasca italiana

Facciamo qualche esempio concreto. Prendiamo il caso – non ipotetico, purtroppo – di chi, cittadino italiano per acquisizione, si mette a predicare odio verso i cristiani, a minacciare chi porta la croce al collo, a definire pubblicamente gli italiani come infedeli da combattere. Oppure chi alimenta reti di radicalizzazione nelle periferie, chi usa i social per inneggiare a chi vuole distruggere l’Occidente, chi sfila con bandiere di organizzazioni che vogliono cancellare dalla mappa geografica e culturale tutto ciò che l’Italia rappresenta. Questi soggetti hanno la cittadinanza italiana. La portano in tasca. La usano quando conviene – per i diritti, per i sussidi, per la libertà di movimento – e la calpestano quando non conviene. Ebbene, io non mi faccio nessun problema morale a dire che quella cittadinanza va tolta. Anzi, mi farei un problema morale a non toglierla.

Chi merita tutela e chi no: la distinzione che la politica deve fare

C’è una differenza enorme, che vale la pena sottolineare con forza, tra chi è nato altrove, è arrivato in Italia, ha faticato, ha studiato, ha lavorato, ha rispettato le regole e ha costruito qui la propria vita – e magari ha anche dato qualcosa di bello a questo Paese – e chi invece ha vissuto in Italia come se fosse un territorio nemico da occupare, approfittando di tutto e restituendo rancore. I primi meritano ogni rispetto e tutela. I secondi hanno dimostrato di non meritare quello che hanno ricevuto. E la misericordia, che è un valore cristiano bellissimo, non deve essere confusa con la stupidità collettiva. Perché diciamocelo chiaramente: c’è qualcosa di profondamente ingiusto nel fatto che un soggetto che ha calpestato leggi e valori italiani continui a godere della protezione giuridica di quello stesso Stato che ha insultato e aggredito. È come se, dopo aver bruciato la casa del tuo vicino, tu potessi continuare ad usare il suo garage. Non funziona così. Non dovrebbe funzionare così.

Revoca della cittadinanza e rimpatrio: conseguenza logica, non una vendetta

La proposta – revocare la cittadinanza dopo aver scontato la pena, e rimandare la persona nel Paese d’origine – non è vendetta. È conseguenza logica. È il sistema che dice: hai dimostrato di non essere ciò che dichiaravi di essere. Hai dimostrato che il percorso di integrazione che la legge presuppone non è mai avvenuto. Allora si torna al punto di partenza. Senza sconti, senza quella rituale gara di sensibilità che ci accompagna ogni volta che si vuole semplicemente applicare il buon senso. Sono convinto che chi ha avuto la fortuna straordinaria di essere accolto in uno dei Paesi più belli, ricchi di storia, civili e generosi del mondo, e ha scelto deliberatamente di tradire quella accoglienza, non meriti di restare. Deve pagare in carcere, fino all’ultimo giorno. Poi deve fare le valigie – o anche lo zaino, dipende da quanto ha guadagnato – e tornare da dove è venuto. Senza se e senza ma, come si diceva una volta quando le cose si chiamavano con il loro nome. La cittadinanza è un onore. E gli onori, quando vengono disonorati, si perdono. È matematico.

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