Superare la frattura tra sicurezza e giustizia percepita
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La nostra sicurezza non può essere consegnata a propaganda e paura, né rimossa per imbarazzo ideologico. Modena, l’auto lanciata contro i passanti, le aggressioni nelle stazioni, il cittadino gambiano fermato a Milano Centrale con un machete e i casi di soggetti già noti alle forze di polizia restituiti troppo presto alla strada pongono una domanda, quanto regge una società se cresce la frattura tra sicurezza reale, giustizia formale e giustizia percepita? In una società aperta e liberale, la risposta non può essere etnica o ideologica.
Molti stranieri lavorano, rispettano le leggi e abitano con dignità la nostra comunità nazionale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato negare che una parte della criminalità straniera, soprattutto irregolare, marginale, recidiva, non integrata o refrattaria a integrarsi, incida sulla vita delle comunità. Il dato carcerario lo segnala, oltre ventimila detenuti stranieri, quasi un terzo dei detenuti. Non è una sentenza sociale o discriminatoria. È un dato oggettivo e la nostra civiltà deve saper distinguere. Chi vive onestamente va incluso, chi delinque va perseguito, chi è irregolare e socialmente pericoloso va espulso, chi è malato e violento va curato e custodito in modo sicuro.
Chi aggredisce un cittadino o un poliziotto non può diventare il simbolo di un sistema che interviene tardi, spiega molto e protegge poco. Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, i giovani poliziotti “Figli delle stelle” uccisi nella Questura di Trieste, sono una ferita nella coscienza dello Stato. La decisione di trattenere l’assassino in una REMS, perché riconosciuto incapace di intendere e di volere, appartiene al diritto. Il dolore civile che ne è seguito appartiene al Paese. Non si tratta di invocare vendetta, ma di riconoscere un dato politico e morale.
Quando la giustizia diventa incomprensibile agli occhi dei cittadini, anche se sorretta dalla civiltà del diritto, appare distante, fredda, ingiusta. Un bilanciamento equo tra garanzie e percezione della giustizia pone un argine al giustizialismo qualunquista. Le garanzie non sono un ostacolo alla sicurezza, sono il presidio dello Stato di diritto. Ma se la decisione giuridica non riesce più a parlare alla coscienza civile, la legalità perde credibilità e la distanza dai cittadini diventa frattura democratica.
Sant’Agostino ci ricorda che uno Stato senza giustizia perde la propria anima morale, ma una giustizia che non sa coniugare fermezza, umanità e responsabilità resta distante dal comune sentire della comunità. Allora bisogna dire ciò che spesso si preferisce tacere. Se le istituzioni nazionali e locali arretrano nelle periferie, nelle stazioni e nei circuiti dell’irregolarità, la politica arretra sul corpo dei più deboli. Per questo la sicurezza non appartiene a una parte politica. È uno dei collanti della tenuta sociale. Non basta aumentare le pene se poi la pena non arriva. Non basta chiedere sacrifici alle forze di polizia se organici, tutele e indennità non riconoscono l’esposizione al pericolo. Sono criticità ataviche, non risolvibili in una legislatura, sia ben chiaro.
Ma proprio per questo misurano impegno e qualità della rappresentanza post ideologica. In questo quadro leggo le dichiarazioni rese ieri dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quotidiano Il Tempo, dove la sicurezza è richiamata come fondamento della libertà dei cittadini e presenza dello Stato nei territori. Una prospettiva contenuta dal disegno di legge governativo sul riordino delle funzioni e dell’ordinamento della polizia locale, già passato dalla I Commissione Affari costituzionali e approvato in prima lettura dalla Camera dei Deputati. Ora il Parlamento deve completarne l’iter. Integrare la polizia locale nel sistema di sicurezza nazionale, rafforzarne dotazioni, formazione, tutele, accesso alle banche dati e coordinamento con prefetture e questure è condivisibile. Ma bisogna essere prudenti, l’Italia non è federale, è uno Stato unitario.
Prima e comunque insieme, va resa certa e concreta la funzione del Questore quale autorità tecnica e operativa di pubblica sicurezza, snodo del coordinamento delle forze in campo. Senza questa regia, la riforma aggiungerebbe divise e aspettative, non governo del territorio. Il Questore non può essere evocato solo nelle emergenze o nei grandi eventi. Deve leggere i fenomeni, coordinare, dialogare con la magistratura e prevenire sovrapposizioni. La sicurezza urbana non è somma di pattuglie, ma attività integrativa e ausiliaria dentro l’architettura nazionale della pubblica sicurezza, una funzione esclusiva dello Stato e tale deve restare. Alla stessa maniera, al personale della Polizia di Stato impiegato in strada vanno riconosciute indennità adeguate.
Nel rinnovo del CCNL 2025-2027, l’incremento previsto per straordinario, notti, turni e festivi è di 21,63 euro lordi al mese, troppo poco. E il previsto aumento stipendiale in parte sarà eroso dalla giungla delle addizionali Irpef regionali, fino ad assorbirne oltre un terzo e, in alcuni casi, quasi la metà. La sicurezza non è una variabile del lavoro pubblico, ma servizio al Paese. L’altra faccia della frattura tra sicurezza e giustizia percepita è questa, riconoscere la dignità del lavoro dei poliziotti, riorganizzare il sistema, investire in efficienza e formazione, senza cedere all’odio ma nemmeno all’impotenza. Non fare dello straniero un nemico, ma non lasciare che irregolarità, recidiva e violenza diventino il nostro orizzonte.
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