La questione sicurezza e le sue fondamenta sociali
C’è una parola rara nel dibattito sulla sicurezza, la casa. Chi presidia le città, viene trasferito lontano, lavora di notte nelle stazioni, sulle strade, nelle periferie ma incontra la sicurezza anche nel prezzo di un affitto, che non può divorare uno stipendio e la dignità di tutti quelli che lavorano. Per troppo tempo l’abitare è stato una questione privata, affidata all’individuo o al mercato, ma trattasi di una condizione materiale della libertà, del lavoro e della sicurezza pubblica. Se un lavoratore non riesce a vivere nella città in cui è chiamato a servire, non siamo davanti a un disagio individuale, ma a una frattura sociale che indebolisce la presenza dello Stato. Il costo dell’affitto incide sugli stipendi per non meno del 36% in media nazionale, con punte del 47% a Milano e Roma, numeri che rendono meno sostenibile il lavoro pubblico nei territori più difficili e costosi. L’Italia del secondo Novecento seppe pensare in grande con il Piano INA-Casa di Amintore Fanfani. Allora la casa non era soltanto edilizia, era lavoro, coesione sociale, fiducia nello Stato. Per questo il Piano Casa Italia, dopo il decreto-legge 7 maggio 2026, n. 66, e in vista del DPCM attuativo, rappresenta una novità importante che va accolta e sostenuta. Va riconosciuto al Governo il merito di avere riportato al centro dell’agenda un tema che deve chiamare alla responsabilità tutti i gruppi politici presenti in Parlamento, non per una bandierina, ma per una politica nazionale di respiro. Le risorse previste, pari a 970 milioni di euro per il programma straordinario sull’edilizia residenziale pubblica e sociale, sono un punto di partenza. La domanda, è solo politica, servirà anche a sostenere chi garantisce funzioni essenziali dello Stato nelle aree più difficili e costose? Il tema riguarda insegnanti, poliziotti, funzionari e dirigenti della Polizia di Stato soggetti a mobilità, e più in generale il personale pubblico dei servizi essenziali, sanitari e vigili del fuoco compresi. Chiedere alloggi a canone sostenibile per lavoratori pubblici soggetti a mobilità non è una rivendicazione corporativa, ma una scelta di buon senso istituzionale. Il Paese non si regge soltanto sulle norme, ma sulle condizioni di vita di chi incarna funzioni fondamentali. Il Siap ha chiesto alla Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno, che il Piano Casa Italia venga costruito con questa consapevolezza. Serve una convergenza ampia, perché la casa per chi serve lo Stato non è un privilegio, ma condizione di efficienza pubblica, continuità operativa e coesione democratica. L’asse principale dovrebbe essere la locazione a canone sostenibile nei territori ad alta pressione abitativa. Nel recupero del patrimonio pubblico inutilizzato occorrono vincoli sociali chiari, criteri trasparenti e strumenti contro le derive speculative. Per la Polizia di Stato può svolgere un ruolo positivo anche il Fondo Assistenza per il personale, dentro progettualità coerenti con l’interesse pubblico, mutualistiche e cooperative. La casa, in questa prospettiva, è infrastruttura sociale, scuola, sanità e sicurezza pubblica, tengono insieme comunità, lavoro, istituzioni e legalità. Dove lo Stato consente ai propri servitori di vivere dignitosamente, la sua presenza diventa più stabile e credibile. Dove il costo della vita espelle chi dovrebbe garantire servizi essenziali, la Repubblica arretra. La politica abitativa deve integrare, e non sostituire, rinnovi contrattuali, potere d’acquisto, valorizzazione professionale, organici, mezzi e formazione, sarebbe sbagliato contrapporre casa e stipendio. L’abitare deve stare dentro una visione liberal-sociale e democratica del lavoro pubblico. In questo quadro si colloca il rinnovo del contratto del comparto sicurezza, oggi in stallo perché le risorse sono giudicate insufficienti. Il nodo non riguarda solo gli aumenti tabellari, ma la specificità del lavoro delle Forze di polizia, indennità, retribuzione accessoria, straordinario e soluzioni compensative, fino a un tavolo di confronto sulla previdenza capace di riconoscere funzioni rischiose e usuranti, mobilità, turnazioni, esposizione continua a responsabilità. La sicurezza non nasce soltanto dall’inasprimento delle pene, dai decreti o dalla retorica dell’emergenza sull’immigrazione irregolare, che va comunque contrastata. Nasce anche da uno Stato che sa programmare, prendersi cura dei propri servitori, rendere attrattivo il lavoro pubblico e garantire continuità nei territori. Sandro Pertini ricordava che “la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana”. È un monito che parla anche alla sicurezza, senza dignità del lavoro, casa, salari adeguati e riconoscimento della funzione pubblica, la Repubblica perde forza proprio dove dovrebbe essere più presente. Le politiche abitative non sono un tema minore, ma parte essenziale della giustizia sociale. Se attuate con visione culturale liberale, e vigilando sulle speculazioni, possono sostenere edilizia e indotto. Ma soprattutto possono restituire stabilità a chi garantisce servizi essenziali alla comunità. La questione sicurezza non può fondarsi solo sugli strumenti penali. Ha bisogno di fondamenta sociali, perché la sua efficienza dipende anche dalla qualità della vita di chi deve interpretarla e garantirla.
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