Mentre il calcio litiga, il tennis incassa
Il 22 giugno il calcio italiano sceglierà il successore di Gabriele Gravina alla guida della FIGC. Ma a un mese esatto dal voto, oltre alle tensioni interne e alle dolenti vicende sportive che ben conosciamo, c’è un dato economico che pesa come un macigno: per la prima volta nella storia il tennis ha superato il calcio nei ricavi federali. Sì, proprio così. La FITP ha chiuso il bilancio con oltre 230 milioni di euro di valore della produzione, mentre la FIGC si è fermata poco sopra quota 200 milioni. Un sorpasso che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza.
Per decenni il calcio è stato il monopolista assoluto dell’immaginario nazionale: televisioni, sponsor, investimenti, consenso popolare. Peso mediatico e politico. Nessuno avrebbe mai immaginato che un’altra disciplina potesse anche solo avvicinarsi alla centralità economica del pallone. Oggi invece il modello vincente sembra essere proprio il tennis. Un sistema moderno che produce ricchezza vera e che cresce anno dopo anno grazie a eventi globali, turismo, sponsorizzazioni, merchandising, diritti televisivi, boom di tesseramenti e quote associative.
L’effetto Sinner
I numeri raccontati dal presidente della federazione Angelo Binaghi alla chiusura degli Internazionali di Roma parlano da soli: oltre 400mila spettatori paganti, un miliardo di euro di impatto economico sul territorio, 165 milioni di entrate fiscali generate e quasi settemila nuovi praticanti. Tutto senza contributi pubblici. Numeri che certificano come il tennis italiano sia ormai una piattaforma economica e turistica capace di muovere investimenti, occupazione e consumi. E poi c’è Jannik Sinner, che ormai rappresenta molto più di un campione: è un vero e proprio moltiplicatore economico nazionale.
Grazie all’“Effetto Sinner” gli italiani comprano più racchette, più palline, seguono più tennis in tv e riempiono alberghi e ristoranti durante i grandi eventi. E in quattro anni i tesserati di tennis e padel sono aumentati del 266%, trasformandosi in un fenomeno sociale oltre che sportivo. Nel frattempo il calcio italiano continua a inseguire: stadi vecchi e nuove polemiche. Per questo il voto del 22 giugno non sarà soltanto una scelta federale. Sarà una vera e propria sfida: continuare a vivere di rendita sul proprio passato oppure trovare finalmente il coraggio di cambiare e risorgere dalle proprie ceneri.
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