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Politica

La politica e il “dramma delle aree interne” come passarella

di Vincenzo Viti -


La politica dev’essere davvero ridotta male se si industria a celebrare come un evento drammaturgico e simbolico il più retorico degli atterraggi in terra lucana di una rumorosa comitiva, un assortito drappello capitanato dalla Schlein in missione didattica e con la finalità di rammentarsi ai contemporanei. Una incursione termidoriana intrepida stellare in una delle terre “rare” della Basilicata. Terre vergini e remote in una regione che vale da infrastrutture fra due distretti metropolitani. Teatro della recitazione un’area ai confini con la Calabria che raccoglie antiche comunità albanesi. Un mondo di colori abbaglianti e di tradizioni severe sopravvissuto al consumo della modernità. Una società secolare interna alla economia e alle regole del Parco Nazionale del Pollino. Una istituzione voluta dalla “mia generazione” posta a servizio di un mondo ossidato dalle contaminazioni.

Ebbene proprio a S Paolo Albanese, fondale della rappresentazione (solo un pugno di abitanti), una sedicente schiera di “neo patrioti dello sprofondo Sud ” ha voluto lanciare un messaggio di fraternità e di passione alla riscoperta del famoso intermittente “dramma delle zone interne”. Tema ruminato a lungo tuttora oggetto di necroscopia. 

Se non che, non fu Il Parco del Pollino, al nostro tempo, la replica più diretta ed efficace alla domanda di destino che veniva con sorprendente intelligenza e cognizione da quelle comunità di Lucani e Albanesi?  Un tema che mi pare ora rimosso se non cancellate da ogni memoria. Né fu certo un caso che agli esordi, direttore generale del Parco ed ora amanuense della sua memoria storica, fosse proprio il sindaco di S. Paolo Albanese. Annibale Formica, giovane ingegnere del posto, cultore e mallevadore di una speciale materia fatta di rigore amministrativo, rispetto ambientale, ottimismo della volontà e della intelligenza. Venne così il ” Parco dei cento fiori”. Non un involucro di gesso o un tetto di cristallo, ma un progetto umano che combinava sviluppo e conservazione. Era solo una delle soluzioni praticabili per una “area interna” da sottrarre al feticismo del culto folclorico e dell’abbandono. 

Ne scrivo perché c’ero anch’io. Con me tanti, da ricordare. Non coltivavamo la religione del progresso e nemmeno il culto della reliquia. Cercavamo la strada che rendesse attrattivo abitabile contemporaneo un territorio ricco di un vocazioni e da proiettare in un grande disegno comunitario. Di tutto questo non c’era traccia nella rupestre sonorità didattica con cui si è celebrata la elevata missione della comitiva. Culminata nella lettura di brani della “Costituzione più belle del mondo”.

Nulla da aggiungere. Se non che si tratta oggi e sempre di tradurla in progetti e in pratiche di governo. Quanto mai lontani. 

Intanto Antonio Polito grande giornalista a margine di un libro (da leggere e divulgare) ricorda che “la sacralizzazione della Carta è l’alibi maggiore e lo strumento di propaganda di chi non vuole cambiare nulla”. Come dargli torto?  


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