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Giustizia

Tre giorni di digiuno per chiedere giustizia: il caso Cavallini e una protesta silenziosa che attraversa l’Italia

di Redazione -


di Eci Cevoli

Si conclude oggi il digiuno collettivo organizzato attraverso il gruppo WhatsApp “Solidarietà con Gilberto”, che ha visto radunarsi circa seicento persone: uomini e donne di provenienze diverse, sensibilità politiche differenti, nessuna appartenenza comune se non una domanda di giustizia e umanità.
Hanno scelto la forma di protesta più pacifica che esista, la stessa che ha accompagnato le battaglie civili di Gandhi, di Pannella, dei movimenti nonviolenti di ogni epoca: il digiuno, un gesto muto ma potentissimo.

Per tre giorni la loro astensione dal cibo è stata la voce di chi rifiuta l’indifferenza, la voce di chi vede nella vicenda di Gilberto Cavallini qualcosa che supera il singolo caso e chiama in causa il senso stesso della pena in uno Stato di diritto.

La vicenda: ciò che accade oggi a un uomo di 73 anni

Cavallini è un detenuto da oltre quarant’anni.

Ex appartenente alla lotta armata della destra negli anni Settanta, da allora ha reciso ogni legame con quella stagione, ha ammesso le sue responsabilità e non ha mai cercato scorciatoie.
In carcere ha costruito un percorso di studio e lavoro che lo ha portato alla laurea con 110 e lode all’Università Cattolica di Milano.
Nel 2017 gli viene concessa la semilibertà, riconoscendo una condotta impeccabile.
Poi, a fine 2025, accade ciò che ha lasciato sgomenti molti osservatori:
lo Stato “scopre” che una pena accessoria risalente al 1991, tre anni e mezzo di isolamento diurno, non risulta formalmente espiata.
Un vuoto burocratico rimasto tale per 34 anni.
E così, a 73 anni, Cavallini torna chiuso.

Non solo detenuto — lo è da 43 anni — ma isolato, come se il tempo non fosse passato, come se il suo percorso rieducativo non contasse nulla.
La domanda che molti pongono: dov’è la funzione rieducativa della pena?
È qui che nasce la protesta. Non per negare responsabilità o riscrivere la storia.
Semmai per sottolineare che una pena accessoria riesumata dopo più di tre decenni appare agli occhi di molti non solo sproporzionata, ma contraria allo spirito stesso dell’ordinamento penitenziario.
Anche il suo storico legale, Alessandro Pellegrini, lo ha denunciato con chiarezza in un video pubblico — una denuncia durissima contro quello che definisce «un accanimento crudele verso un uomo che ha scontato tutto e non ha mai preteso niente».

Pellegrini ricorda che Cavallini non ha mai chiesto benefici, non ha mai eluso la sua responsabilità, e che questa improvvisa revoca della semilibertà — dopo anni di condotta irreprensibile — ha l’effetto paradossale di punire proprio chi ha dimostrato di essersi reinserito.

Uno sfondo che resta controverso

La storia giudiziaria italiana degli anni Ottanta — stragi, depistaggi, falle investigative — è un terreno che molti studiosi considerano ancora segnato da zone d’ombra.
Anche sulla strage di Bologna permangono dubbi e incongruenze che nel corso degli anni vari esperti e periti hanno sollevato. Non si tratta di negare sentenze, ma di riconoscere che alcune vicende non sono mai state approfondite fino in fondo.

È in questo clima complesso che la vicenda Cavallini riemerge oggi con tutta la sua anomalia.

Il senso del digiuno: una richiesta civile, non una battaglia politica

Il movimento che ha digiunato per lui non appartiene a una parte.
È fatto di persone comuni, molte delle quali lontanissime da qualunque estremismo, che vedono in questa situazione un’ingiustizia disumana, indipendentemente dal passato dell’uomo coinvolto.
Il digiuno non pretende di sostituirsi ai tribunali.
Ma chiede che la società civile, il mondo politico e quello giudiziario non voltino lo sguardo altrove, e affrontino un caso che mette a nudo una contraddizione interna al sistema penale:
punire per rieducare, o punire per punire?
L’ultima parola non spetta a chi protesta, ma allo Stato.
Ed è proprio allo Stato che oggi queste seicento persone chiedono di ascoltare, di riflettere e di ristabilire un principio fondamentale: la giustizia non può essere cieca alla ragionevolezza.

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