Usa-Iran: manca ancora una volta l’ultimo tassello
Mentre le trattative proseguono, si susseguono gli attacchi incrociati
La nuova fiammata di tensione tra Iran e Stati Uniti nello Stretto di Hormuz conferma che la dimensione militare e quella negoziale procedono in parallelo, senza che l’una riesca davvero a frenare l’altra. Mentre i canali diplomatici restano aperti e si moltiplicano le missioni per sondare un possibile accordo, sul terreno continua un ciclo di azioni e controazioni che segnala quanto fragile sia la tregua dichiarata.
La risposta dei Pasdaran
Nelle prime ore del mattino, le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato un attacco contro una base aerea americana in Medio Oriente, definendolo “un serio avvertimento” e ribadendo che ogni nuova “aggressione” riceverà una risposta “ancor più dura”. L’operazione arriva a poche ore dai raid statunitensi contro droni iraniani e una postazione di controllo nei pressi di Bandar Abbas, nel cuore dell’area più sensibile del Golfo. Washington parla di “azioni misurate e difensive”, volte a preservare il cessate il fuoco. Teheran le interpreta come una violazione diretta della propria sovranità.
Media vicini al regime iraniano riferiscono inoltre che la marina dei Pasdaran avrebbe aperto il fuoco di avvertimento contro quattro imbarcazioni non autorizzate a transitare nello Stretto, costringendo persino una petroliera americana a invertire la rotta. È un segnale che la Repubblica islamica vuole mantenere alta la pressione proprio sul nodo più delicato del negoziato: la sicurezza e la libertà di navigazione nel passaggio strategico.
L’accordo tra Usa e Iran non è scontato
In questo contesto, colpisce la distanza tra la realtà dei fatti e la narrazione di molta stampa occidentale, che continua a presentare l’accordo come imminente, quasi scontato, come se mancasse solo la firma. Ma gli eventi delle ultime ore mostrano, al contrario, che l’intesa non è affatto chiusa, e restano divergenze sostanziali su sicurezza, deterrenza e gestione dello Stretto.
Sul fronte diplomatico, intanto, si muove con crescente visibilità il Pakistan, ormai divenuto l’attore più attivo nel tentativo di tenere insieme i fili del dialogo. Il colloquio tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il premier Shehbaz Sharif, descritto da Islamabad come “estremamente cordiale”, conferma che Teheran riconosce apertamente il ruolo di mediazione svolto dai vicini pachistani e, in particolare, dal feldmaresciallo Asim Munir. Sharif ha parlato di “sinceri sforzi per la pace” e della speranza che il lavoro in corso possa sfociare in un accordo duraturo.
Trattative e raid
La missione a Doha del presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf, del ministro degli Esteri Araghchi e del governatore della Banca centrale Hemmati indica che il negoziato prosegue, ma non decolla. Le delegazioni si incontrano, discutono, esplorano compromessi, mentre sul terreno continuano gli scambi di colpi. È la fotografia di una crisi in cui la diplomazia non riesce ancora a imporsi sulla logica della deterrenza. Il risultato è un processo che avanza e arretra allo stesso tempo.
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