L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

Il Nord presenta il conto a Salvini 

di Alessandro Scipioni -


I segnali che arrivano dal Veneto sono crepe profonde in un modello politico che ha ormai esaurito la sua spinta propulsiva. L’uscita di Luca Zaia, che evoca per il Carroccio un futuro da partito federalista sul modello della Cdu tedesca, delimita un fossato ormai incolmabile tra la segreteria nazionale e la base produttiva del Settentrione. 

Per Matteo Salvini il tempo sta scadendo. La scommessa di trasformare la vecchia Lega autonomista in una formazione di destra nazionalista e identitaria si scontra oggi con la dura realtà dei numeri e con una progressiva perdita di credibilità politica.

La strategia del più a destra di tutti non paga, e i sondaggi lo certificano. La rincorsa retorica verso le posizioni del generale Roberto Vannacci sta producendo un paradosso politicamente letale per Via Bellerio. Mentre il Generale si attesta stabilmente intorno al 5%, con prospettive di crescita incoraggianti, la Lega rischia di scivolare sotto la soglia psicologica del 6%. 

Sui temi ultraidentitari l’elettorato giudica Vannacci più credibile, anche perché non ancora imbrigliato dalle complesse dinamiche di governo.

La Lega rischia di fare da incubatrice a un concorrente interno, preparando la strada a un clamoroso sorpasso. La via della destra pura è sbarrata. L’unica alternativa percorribile a breve termine, resta il ritorno al territorio, attraverso un partito regionalizzato.

Tornare ad essere il sindacato del Nord, significa fare i conti con la realtà. È una questione di realpolitik, l’illusione di tornare ai fasti nazionali del 34% è tramontata, e il meridionalismo d’importazione ha dimostrato tutti i suoi limiti. 

Rinunciare alle ambizioni nazionali comporterà un ridimensionamento dei consensi, ma meno voti non equivalgono, per forza di cose, a un minor peso politico. 

Riconnettendosi con il tessuto delle piccole e medie imprese settentrionali, la Lega può ricostruire relazioni oggi logorate e trasformarsi in una cerniera territoriale indispensabile. Non più egemonia totale, quindi, ma una nicchia di influenza insostituibile; un blocco compatto al Nord senza il quale, nel centrodestra, diventerà impossibile governare.

Rimane il nodo della leadership, un problema che la Lega dovrà affrontare presto. Per Zaia e i governatori non è ancora il momento di una sfida frontale a Salvini, anche perché i tempi saranno dettati dalle regole della legge elettorale. 

Senza i collegi uninominali, l’imprimatur sulle liste rischia di blindare l’attuale segretario. 

Di fronte al rischio di vedere azzerata la rappresentanza territoriale a Roma, i governatori saranno costretti a muoversi. L’obiettivo immediato non sarà una traumatica resa dei conti, bensì l’imposizione di paletti e garanzie per limitare l’arbitrio della segreteria sulle candidature.

Questa limitazione di poteri di Via Bellerio sarebbe un preludio naturale ad un cambio della guardia gestibile nel tempo. Una transizione ordinata eviterebbe scontri drammatici a ridosso delle urne, restituendo al partito respiro politico e credibilità istituzionale. 

Però comunque la Lega deve dare l’idea di muoversi. Senza una sterzata decisa verso le radici produttive e una ritrovata serietà d’azione, il destino del Carroccio appare segnato: rimanere il fanalino di coda della coalizione, costantemente scavalcato dagli alleati e, beffa suprema, insidiato persino dalla destra radicale del generale scissionista.

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