Quando l’Italia contesta la divisa ma pretende la sicurezza dello Stato
Il caso Bologna impone la difesa delle istituzioni dal fronte della contestazione dell’ordine liberale
Le piazze della guerriglia urbana contemporanea mostrano una convergenza tattica inedita tra i collettivi dei centri sociali e frange di immigrati inseriti in contesti di forte marginalità. Si tratta di un’alleanza fragile e strumentale, retta da un unico denominatore comune: l’odio verso l’Occidente.
La volontà di destabilizzare lo status quo e di colpire le strutture della società liberale occidentale. Dietro questa facciata di ribellione si celano tuttavia matrici culturali profondamente distanti. Da un lato agisce l’universo antagonista post-sessantottino, libertario e nichilista; dall’altro resiste una visione comunitaria, religiosa e tradizionalista, particolarmente evidente nelle comunità islamiche.
Il punto di massimo attrito si registra sui diritti civili, dove l’autodeterminazione individuale assoluta predicata dalla sinistra radicale si scontra con l’impianto valoriale e familiare delle comunità straniere. Questa saldatura non esprime una sintesi culturale duratura, ma il fallimento dell’integrazione e il rigetto condiviso delle regole democratiche. C’è poco da condividere, molto da distruggere.
Quello che è peggio è che tantissimi giovani italiani stanno tagliando le radici dell’albero che dà senso alla loro identità su questo mondo.
Scudo penale, garanzia per chi indossa la divisa
In questo scenario complesso, acuito dai recenti fatti di Bologna, emerge con forza la necessità di ribadire un sostegno incondizionato alle forze di polizia, presidio fondamentale dello Stato di diritto. Nel pieno rispetto dell’indipendenza delle indagini e del rigoroso accertamento delle responsabilità individuali, va evidenziato che l’eventuale errore del singolo non può in alcun modo delegittimare un’intera istituzione, né si possono demonizzare gli operatori che agiscono nell’interesse della collettività. Se un evento tragico non è imputabile a dolo, gli agenti non possono essere perseguiti per aver adempiuto ai propri doveri in contesti ad alto rischio. Per garantire la sicurezza comune occorre dunque uno scudo penale che permetta a chi indossa la divisa di operare con serenità, senza il timore di vedere criminalizzata la propria azione legittima.
Lo scudo dello Stato contro la delegittimazione
Nell’attuale contesto si inserisce la grave responsabilità politica di alcuni amministratori locali bolognesi, i quali hanno immediatamente puntato il dito contro le forze dell’ordine, finendo per demonizzare chi porta una divisa.
Chi demonizza l’uniforme non demonizza chi la indossa; demonizza lo Stato e le istituzioni che rappresenta!
Scegliere di delegittimare chi garantisce la sicurezza pubblica rappresenta un errore strategico e morale che incrina il patto sociale, indebolisce lo Stato e finisce paradossalmente per offrire sponda a quelle sacche di eversione urbana che fanno della lotta alle istituzioni il proprio obiettivo primario.
E chi rappresenta le istituzioni non può permettersi di contribuire a demolire l’autorevolezza alla base di queste!
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