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Politica

Vannacci dalla qualità della squadra dipenderà il livello del futuro

di Alessandro Scipioni -


​Come sottolineato da Stefano Folli su La Repubblica, il fenomeno politico legato al generale Vannacci e alla sua sigla Futuro Nazionale si trova oggi a un bivio cruciale che prescinde dai pur incoraggianti dati dei sondaggi. La vera linea di demarcazione tra un fuoco di paglia mediatico e un progetto politico strutturato risiede nella capacità di edificare una classe dirigente all’altezza del suo leader. Una macchina burocratica e del consenso capace solidificare e capitalizzare quello che si raccoglie.

Si tratta di un’impresa tutt’altro che banale. I partiti contemporanei, spesso fluidi e fortemente idealistici, possono inizialmente raccogliere ottimi risultati sulla scia dell’onda emotiva e del carisma personale del leader, ma la successiva prova del governo e il radicamento nei territori presentano un conto spesso molto salato. Scegliere lo zoccolo duro e gli uomini giusti è veramente il passaggio più delicato e complesso. I consensi si acquistano velocemente ma si perdono altrettanto velocemente. Saper creare nuclei di sostenitori leali oltre l’euforia del momento su tutto il territorio nazionale, dipende dalla qualità dei referenti territoriali.

Altrimenti si fanno grandi impennate di consenso in breve tempo, ma anche gravi tracolli in tempo ancor più breve.

​La storia politica italiana recente offre in questo senso esempi speculari e significativi. La Lega, il partito più longevo d’Italia, pur attraversando una fase di evidente difficoltà nella leadership, riesce a mantenere una propria tenuta proprio grazie alla qualità e alla resilienza della sua classe dirigente territoriale.

 Lo stesso Partito Democratico, pur ridotto talvolta ad una becera caricatura di se stesso nel dibattito pubblico, conserva comunque quadri importanti e un peso organizzativo non indifferente. La strutturazione territoriale è una macchina complessa che da sempre rappresenta il tallone d’Achille dei nuovi movimenti.

Persino Giorgia Meloni, ampiamente apprezzata come leader, si trova frequentemente a dover fare i conti con una classe dirigente non sempre giudicata all’altezza della sua figura. Se questo scarto è in parte fisiologico, è pur vero che la qualità dei quadri intermedi fa, alla fine, la differenza.

​Tornando alle origini del Carroccio, Umberto Bossi dimostrò la capacità di selezionare profili come Maroni, Calderoli, Giorgetti, Castelli e Pagliarini; uomini che si rivelarono buoni dirigenti e, successivamente, autorevoli ministri. Al contrario, attorno al generale sembrano essersi aggregati per lo più peones e figure di terza o quarta fila in cerca di visibilità, della grande occasione, o di una ricollocazione politica.

Per evitare di offrire agli elettori una compagine inadeguata, come evidenziato dalla cronaca recente, la sfida immediata sarà quella di selezionare una classe dirigente profondamente differente e, soprattutto, nuova. Presentarsi come elemento di rottura portando in dote troppe vecchie facce e i consueti schemi della politica tradizionale svuoterebbe di senso la proposta stessa.

Questa è la battaglia più importante che l’ex paracadutista si trova a dover combattere. Mettere in piedi una macchina bellica efficiente e credibile determinerà la differenza strutturale tra una fulminea Marengo e una altrettanto rapida Waterloo.

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