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L’Italia a quattro ruote: mille divieti, tante lamiere

In questo scenario, la mobilità sostenibile resta una chimera

di Angelo Vitale -


L’Italia a quattro ruote. Il nostro Paese è assediato dalle lamiere: un primato europeo insostenibile. Non per scelta di libertà ma per necessità e per un’eredità culturale difficile da scardinare.

L’Europa punta verso la neutralità climatica al 2050

In Italia, attraversiamo una transizione faticosa e spesso caotica, scontrandoci con una radicata cultura “auto-centrica”. I dati del 22esimo Rapporto Isfort del novembre scorso, impietosi. Il parco auto circolante non accenna a ridursi e ha raggiunto i 41,3 milioni di unità nel 2024, con un incremento del 4,5% rispetto al 2019. Il tasso di motorizzazione ha superato per la prima volta la soglia psicologica di 70 auto ogni 100 abitanti, un valore che ci pone di ben 12 punti sopra la media Ue-27 e distanzia sideralmente paesi come Francia e Germania.

Una densità veicolare che non è solo un numero statistico, perché si traduce in un costo sociale ed economico enorme. L’Italia paga ogni anno circa 117 miliardi di euro per i costi esterni del traffico (congestione, inquinamento, incidenti), una cifra che rappresenta il 7% del nostro Pil, oltre la media europea del 5,7%. Nonostante questo, le auto rimangono ferme per il 93-95% della giornata, occupando spazio pubblico prezioso senza produrre utilità.

Una marea di metallo nell’Italia delle quattro ruote

Le amministrazioni locali hanno risposto con una pioggia di restrizioni che non ha eguali nel continente. Secondo una ricerca della Luiss Business School, l’Italia concentra oltre la metà di tutte le limitazioni alla circolazione registrate in Europa (56,2%). Su circa 500 Ztl attive in tutto il territorio europeo, 446 si trovano nelle nostre città.

Un primato dei divieti che non corrisponde una strategia nazionale coordinata. In Italia mancano criteri stabiliti a livello centrale, come avviene in Francia o Germania, portando a un sistema “fortemente disomogeneo” che genera confusione tra i cittadini e difficoltà di controllo. La sovrapposizione tra Ztl ambientali, limitazioni temporanee, pedaggi urbani e blocchi emergenziali crea un “labirinto” normativo che spesso penalizza le fasce di popolazione più deboli, impossibilitate a sostituire i vecchi veicoli inquinanti.

Pesa, ovviamente, il collasso del trasporto pubblico locale. Il vero nodo della mobilità italiana risiede nell’inefficienza delle alternative all’auto privata. Il tpl, poco capillare, sottofinanziato e profondamente disomogeneo tra Nord e Sud. Il confronto internazionale è “impietoso”. Nelle città europee il valore mediano è di 410 passeggeri pro capite all’anno, nel centro-nord italiano si scende sotto i 300 e nel centro-sud si ferma a malapena a 70 passeggeri. Per ogni utente del tpl a Napoli o Palermo, ce ne sono otto a Parigi, Madrid o Praga.

La causa principale di questo divario?

E’ il cronico sottofinanziamento. Negli ultimi cinque anni, a causa dell’erosione provocata dall’inflazione, il tpl italiano ha perso 4 miliardi di euro di fondi reali. E ha innescato un circolo vizioso. Meno risorse portano a servizi meno frequenti e affidabili, spingendo anche chi vorrebbe rinunciare all’auto verso la cosiddetta “forced car ownership”, il possesso forzato dell’auto.

Non a caso, tre italiani su dieci dichiarano di aver dovuto rinunciare ad attività lavorative, di studio o visite mediche a causa della precarietà della mobilità. In questo scenario, la transizione verso l’auto elettrica appare come un miraggio lontano per la maggioranza degli italiani. Nel 2024, le auto elettriche “full” hanno rappresentato appena il 4,2% delle immatricolazioni in Italia, contro il 19,6% del Regno Unito e il 13,5% della Germania.

La barriera principale rimane il costo. Quindi, sta emergendo con forza il tema della “povertà dei trasporti”. Le famiglie a basso reddito, spesso spinte dal mercato immobiliare a vivere in periferie mal servite dai mezzi pubblici, spendono mediamente 334 euro al mese per la gestione dell’auto privata. Una “tagliola economica”. Non hanno i mezzi per acquistare un’auto ecologica ma non hanno alternative per spostarsi.

Milano e Bologna sperimentano

In questo clima di tensione, città come Milano e Bologna provano percorsi pionieristici. Milano stringe le maglie di Area B e Area C, puntando dal 2025 al blocco dei veicoli a benzina Euro 3. Bologna “Città 30”, la sfida più radicale. Nelle prime valutazioni, benefici concreti: una riduzione degli incidenti e delle emissioni e un risparmio in termini di costi sociali stimato in oltre 150 milioni di euro in soli sei mesi.

La chiamata del Pnrr

Il Pnrr rappresenta l’ultima grande chiamata per colmare il gap infrastrutturale dell’Italia delle quattro ruote. Sono stati stanziati circa 1,9 miliardi di euro per il rinnovo delle flotte di bus e treni verdi e oltre 466 milioni per il rafforzamento della mobilità ciclistica, con l’obiettivo di realizzare oltre 1.300 km di nuove piste ciclabili entro il 2026. Anche la rete di ricarica per le auto elettriche sta crescendo rapidamente: a fine 2025 si contano 73.047 punti di ricarica pubblici, con un incremento del 62% delle colonnine ultra-veloci.

L’Italia delle quattro ruote è ora al primo posto nei maggiori mercati europei per punti di ricarica. In generale, si muovono le percezioni dei cittadini e cresce la domanda di mobilità dolce, ma la sfida resta quella di trasformare questi segnali in un cambiamento strutturale. Non basta proibire l’accesso ai centri storici. Serve garantire il diritto alla scelta sostenibile, finanziando stabilmente il trasporto pubblico. Finora, solo un proposito.


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