Case famiglia: 31mila minori, un sistema al collasso
La platea cui attingono è immensa: solo due anni fa 345mila circa in carico ai servizi sociali
I flash d’agenzia rimbalzano da giorni raccontando l’ennesimo capitolo di un dramma già scritto: la scomparsa di due sorelle minorenni da Civitella Alfedena riporta in primo piano le case famiglia. Il caso, una storia del “mondo di mezzo” che ospita oltre 31mila minori in Italia.
Le due sorelline scomparse
Dietro il singolo episodio di cronaca, un sistema spinto che riemerge oltre il limite della resistenza strutturale. Secondo i dati ufficiali aggiornati con le rilevazioni del sistema Sioss del ministero del Lavoro, la rete dell’accoglienza conta oggi circa 3.997 strutture residenziali attive.
La platea è immensa: al 31 dicembre 2024 risultavano 345.083 minori in carico ai servizi sociali. Di questi, oltre 30mila vivono in comunità o sono in affidamento a lungo termine. Tuttavia, le statistiche nascondono una frattura geografica profonda. Se al Nord prevale l’affidamento a famiglie terze, al Sud si registra un ricorso massiccio alle comunità residenziali o a reti di parentela, con una permanenza media che spesso supera i “mesi dell’emergenza” inizialmente previsti, trasformando l’accoglienza in un limbo pluriennale.
Case famiglia, un sistema al collasso
Il primo “collo di bottiglia” riguarda la sostenibilità economica. Le comunità, gestite prevalentemente dal settore privato del “sociale”, dipendono dalle rette erogate dai Comuni, i cui bilanci sono quasi sempre in bilico, talvolta prossimi al dissesto.
Il caso di Cosenza, per esempio, emblematico. Il Coordinamento per i Minori denuncia che, nonostante un adeguamento regionale avrebbe dovuto portare le rette da 32 a 86 euro giornalieri, le strutture ricevono ancora un “contributo di solidarietà” di 32 euro, una cifra ferma al costo della vita di 30 anni fa.
L’allarme è nazionale
L’Anci ha certificato che il fondo triennale statale da 100 milioni di euro annui copre appena il 22% della spesa complessiva sostenuta dai Comuni (pari a circa 460 milioni) per gli affidamenti obbligatori.
Questo deficit cronico costringe le comunità a indebitarsi, mettendo a rischio la qualità dei servizi essenziali per i minori più fragili. Senza personale, il welfare non regge. La professione dell’educatore è nel pieno di una crisi vocazionale e strutturale senza precedenti. Nell’anno accademico 2025-26, il 35% dei posti nei corsi di laurea in educatore professionale è rimasto vuoto: solo 546 candidature per 844 posti disponibili.
I motivi della fuga sono chiari
Stipendi di 8 euro l’ora, turni logoranti e un carico emotivo devastante. Le rilevazioni condotte all’interno delle comunità evidenziano come la perdita di un collega sia vissuta dall’équipe “come la perdita di un arto”. Il turn-over costante non è solo un problema gestionale, ma un trauma per i minori che subiscono l’ennesimo abbandono relazionale.
Il malessere è tale che il 18 maggio scorso si è arrivati allo sciopero nazionale dei lavoratori delle cooperative sociali per denunciare condizioni di sfruttamento inaccettabili.
La scomparsa delle due sorelle non è un evento isolato
Tra gennaio e agosto 2025, sono state presentate 11.411 denunce di scomparsa riguardanti minori in Italia. Sebbene la maggior parte dei casi si risolva entro i primi tre giorni, resta una quota preoccupante di “allontanamenti volontari” dalle strutture, sintomo di un disagio che la comunità non riesce a contenere.
Le criticità emergono soprattutto nella gestione dell’utenza psichiatrica, per la quale mancano spesso strutture adatte e personale specificamente formato, costringendo gli educatori a gestire emergenze complesse in solitudine.
In questo scenario, il dramma dei care leavers. Al compimento dei 18 anni, i ragazzi rischiano l’uscita brusca dal circuito di tutela. Al 31 dicembre 2024 si contavano 26.053 neomaggiorenni ancora in carico ai servizi, molti dei quali accolti in strutture residenziali in attesa di un’autonomia abitativa e lavorativa che tarda ad arrivare.
Una riforma?
Il dibattito istituzionale punta oggi sulla riforma del diritto di famiglia e sull’istituzione del Tribunale Unico, con l’obiettivo di velocizzare i processi decisionali e ridurre i tempi di permanenza dei bambini nelle strutture. Tuttavia, senza un adeguamento delle rette e un investimento reale sulla dignità della professione educativa, le case famiglia rischiano di rimanere semplici contenitori di emergenze, incapaci di garantire quel diritto alla “casa” e alla “persona” che la legge e la Costituzione imporrebbero.
La scomparsa delle due sorelle è un nuovo ed ennesimo segnale di un sistema che “chiede aiuto”. Le relazioni avviate nelle case famiglia sono il motore del lavoro sociale, ma senza risorse e professionisti valorizzati, quel motore è destinato a spegnersi definitivamente.
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