“Abbiamo fatto il nostro”, ha detto a Montecitorio Antonio Filosa, ad Stellantis. E ora “tutti devono fare la propria parte”. Ecco, l’ex Fiat – fedele alla sua tradizione antica e recente – torna a chiedere sostegno alle istituzioni ed elasticità, anzi flessibilità, ai sindacati e al mondo del lavoro. Ha pagato il (giusto) tributo all’orgoglio nazionale, ferito a suo tempo da Tavares e dalle sue scelte discutibili, come produrre un’Alfa in Polonia e imporle il nome Milano (subito cambiato in Junior) oppure delocalizzare in Marocco la produzione delle 600 salvo poi appiccicarvi qualche adesivo tricolore per il Made in Italy.
La pace tra Stellantis e l’Italia, il piano di Filosa
Filosa, da italiano, ha ricordato che Stellantis riconosce all’Italia di aver avuto un ruolo decisivo per far diventare la Fiat la multinazionale, anzi il colosso globale, che è diventato. Ha ribadito che l’Europa è al centro del piano di investimenti da 60 miliardi (il 40% dei quali nel Vecchio Continente). Cinque miliardi, dice, solo in Italia e solo per l’innovazione. Soltanto ad Atessa, ha dichiarato l’ad del gruppo, sarà investito un miliardo di euro per farne un polo di produzione dei grandi veicoli commerciali. È consapevole, Filosa, che il futuro – almeno in Europa – sta nelle auto di dimensioni ridotte e nei veicoli leggeri. E l’Italia reciterà un ruolo da protagonista.
Tutti gli obiettivi, stabilimento per stabilimento
A cominciare da Mirafiori, “la nostra casa italiana ed europea” che “ospita più di 3mila ingegneri, un centro di ricerca avanzata sulle batterie”. E dove nasce la Fiat 500 ibrida, nuovo fiore all’occhiello della produzione. “L’Italia – ha spiegato Filosa – sarà l’hub produttivo delle auto piccole, negli stabilimenti di Mirafiori e di Pomigliano, delle vetture di fascia medio-alta e lusso negli stabilimenti di Melfi, Cassino e Modena”. Modena e Cassino, già. Centrali per il rilancio di Maserati. Nel capoluogo emiliano sarà presentato il piano di rilancio del Tridente, che comprenderà “anche l’arrivo di due nuovi modelli del segmento delle ammiraglie”. C’entra pure l’Alfa, va da sé. Lo stabilimento laziale tornerà in gioco proprio per Maserati ma, a quanto pare, Stellantis è aperta a una partnership. Byd is coming? Chissà. Con ogni probabilità no.
Il futuro di Termoli
Resta fuori Termoli. In teoria. Perché di batterie elettriche, prima del 2030, non se ne vedranno. E la gigafactory immaginata ai tempi del governo Draghi è (più che) sfumata. Tranquilli, né Filosa né Stellantis si son scordate del polo industriale molisano: “Con il senso di responsabilità che sentiamo nei confronti dei colleghi, abbiamo deciso di investire su due cose: i cambi Edct e i motori Gse. È una scelta strategica, perché già dal 2027, la produzione di cambi nei nostri stabilimenti europei supererà la quota di un milione e mezzo di unità annue. Una crescita – ha assicurato il Ceo Stellantis – alimentata dalla forte domanda di motorizzazioni ibride, al centro del nostro nuovo Piano”. La notizia più importante, Filosa, l’ha lasciata alla fine. Quando ha esultato dicendo che “la rotta è invertita” e che le vendite stanno tornando a far sorridere i conti. Ecco, i compiti a casa sono stati fatti. Adesso Filosa, e Stellantis, si attendono (più di) una mano tesa. Due, per la precisione. Una sull’energia, e qui è in ottima compagnia. L’altra sul lavoro.
Energia e flessibilità, (due) mani tese
Snocciolando dati e numeri, l’ad del colosso dell’automotive spiega perché l’Italia “conviene” meno a chi produce. Ha raccontato Filosa, che nel primo trimestre Stellantis ha pagato in Italia in media 205 euro al MWh, contro 90 euro in Spagna e 100 in Francia. Più della metà. E questo è un problema vero, aggravato dalle conseguenze della guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Poi, però, c’è la vicenda più spinosa. “Serve introdurre meccanismi di flessibilità in linea con le esigenze operative contemporanee, come è stato fatto in Spagna”. Flessibilità, ha spiegato, che “gratifichi e tuteli le persone” e che, al tempo stesso, consenta di “sintonizzare la produzione, il mercato e le altre dinamiche esogene”.
“In questo senso – ha aggiunto Filosa – mi sembra vadano le misure recentemente introdotte dal Parlamento nel corso della conversione del Dl Primo maggio”.
Bruxelles is calling
Il vero convitato di pietra, va da sé, si chiama Unione europea. “Ci sono segnali incoraggianti, ma le criticità registrate negli ultimi anni non sono ancora alle nostre spalle. Per garantire sostenibilità a lungo termine, è indispensabile che anche il quadro normativo sostenga la competitività del settore in Italia e in Europa”, ha chiosato Antonio Filosa. Dopo aver massacrato un settore che era il gioiello della corona, consegnandolo nelle mani della concorrenza cinese, Bruxelles ha un debito gigantesco. Non solo con le aziende. “Penso che il Made in Europe rappresenti un primo importante strumento per una politica industriale europea, capace di rafforzare l’industria e proteggere i milioni di posti di lavoro che questa industria rappresenta nel continente”. Ecco, l’importante – a differenza di ciò che cantava Mina tanti anni fa – non è finire ma iniziare. Anzi, ricominciare.