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Disimpegno morale, perché i bulli non si sentono colpevoli

Bandura, il bullismo e la violenza sui più fragili, l’attacco di un branco di vigliacchi senza provare vergogna o senso di colpa

di Gianluca Pascutti -


Disimpegno morale? Si! Sempre più spesso emergono casi di bullismo contro ragazzi autistici e con disabilità. I video circolano sui social. Le aggressioni avvengono in gruppo. Gli autori sono spesso adolescenti, in contesti scolastici e di quartiere sempre più complessi e multiculturali. La domanda che tutti ci facciamo è questa, come fanno a dormire tranquilli dopo avere umiliato o picchiato i più fragili? Albert Bandura offre una risposta che fa pensare. Il suo concetto di disimpegno morale spiega come persone che conoscono la differenza tra bene e male riescano comunque a compiere violenze senza provare vergogna o senso di colpa.

Che cos’è il disimpegno morale secondo Bandura

Per Bandura la morale non sparisce, si spegne a intermittenza. Il disimpegno morale è un meccanismo psicologico che permette di sospendere temporaneamente i propri principi etici. La persona continua a considerarsi sul bene, anche mentre fa del male. Questo avviene attraverso una serie di autoinganni. Il bullo non si vede come aggressore, si racconta nella sua testa una storia diversa. Giustifica, minimizza, sposta la responsabilità, disumanizza la vittima. In questo modo evita il conflitto interno tra l’immagine positiva di sé e il comportamento violento.

I meccanismi che alimentano il bullismo

Nel bullismo contro tutti i ragazzi, anche quelli autistici e disabili, questi meccanismi si vedono con chiarezza. La giustificazione morale trasforma l’aggressione in uno scherzo, qualcosa di poco grave. Il linguaggio eufemistico cancella la gravità dei fatti. Il confronto vantaggioso riduce tutto a non è niente rispetto ad altre cose, mentre le vittime alle volte arrivano a togliersi la vita per il senso di vergogna. La responsabilità si sposta sul gruppo. Lo fanno tutti, io guardavo soltanto, io ha fatto solo un video mentre ridevo, ero fatto, ero ubriaco, le scuse che spesso sentiamo. La colpa si scarica sulla vittima, era strano, provocava, non capisce le regole della strada, vive in un mondo suo, un disadattato. In molti casi la vittima viene disumanizzata, non è più un compagno con una storia fragile e una famiglia che soffre e lo protegge. Diventa un bersaglio, un oggetto di divertimento, preso di mira da dei ragazzi che vivono nel branco, ma questo branco è sempre più spesso fatto di pecore, di gente davanti a delle accuse pesanti una volta arrivati in tribunale si sciolgono come la carta igienica nel wc. Pianti, scuse, da lupo a pecora, ma il danno è fatto e le conseguenze sono gravi. Non ci deve essere più tolleranza, il sistema deve cambiare e anche rapidamente.

Generazioni senza freni o adulti senza responsabilità?

Parlare di generazioni fuori controllo è facile. Bandura invita a una lettura più scomoda. I modelli contano. Se i ragazzi vedono adulti che insultano online, che umiliano chi è diverso, che cercano sempre una scusa, imparano la stessa logica di autoassoluzione. Il disimpegno morale non riguarda solo i bulli. Riguarda chi filma e ride, riguarda chi vede e gira la testa, riguarda chi minimizza a posteriori. Ogni volta che si parla di ragazzata si alimenta lo stesso meccanismo.

Come rompere il disimpegno morale

La teoria di Bandura indica anche la via d’uscita. Bisogna riattivare il senso di responsabilità personale, dare un volto alle vittime, raccontare le conseguenze reali delle aggressioni. Rendere chiaro che ogni membro del gruppo risponde delle proprie azioni e dall’altra parte c’è sempre una vittima e un dramma familiare. Punire i comportamenti violenti diventa necessario, ma non basta. Serve un lavoro educativo continuo su empatia, linguaggio, uso dei social, gestione del branco. Solo così si spezza la catena del disimpegno morale che oggi protegge i bulli e lascia esposti i più fragili.


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