Remigrazione: per sempre sì
Quando le parole diventano melodie: come certi termini si imprimono nella mente più dei concetti che rappresentano
Due mondi apparentemente opposti: da un lato una melodia d’amore travolgente, dall’altro uno slogan politico divisivo. Entrambi sono frutto dello stesso trucco psicologico per entrare nella testa delle persone. È un vero e proprio cortocircuito che agisce di lato, in modo trasversale. Tutto parte dall’orecchiabilità tipica dei tormentoni.
Il pezzo di Sal da Vinci ha un ritmo che si incolla addosso fin dal primo ascolto: nessuno sceglie di impararlo, semplicemente lo si incrocia nei video sui social e alla terza volta ci si ritrova a canticchiarlo senza accorgertene. Con il termine remigrazione succede la stessa cosa. Funziona come un tormentone del linguaggio: rimbalza in tv, compare nei post e, a furia di passare davanti agli occhi, diventa familiare, normale.
Pancia o testa?
Questo accade perché entrambi fanno appello alla pancia, mai alla testa. La canzone non pretende un’analisi filosofica, trascina e basta con l’emozione viscerale. Allo stesso modo, questo termine non chiede di essere capito razionalmente, esige solo di essere percepito. Non costringe a studiare dati o trattati internazionali, ma tocca direttamente le corde primitive della paura e della difesa del proprio territorio.
Entrambi, inoltre, sfruttano la scorciatoia dei concetti vaghi. Nel brano, una promessa assoluta è un contenitore enorme dove ognuno proietta le proprie speranze, proprio perché evita i dettagli e le fatiche della vita reale. Questa formula politica ha la stessa identica elasticità: essendo generica, ciascuno ci infila dentro ciò che vuole. Chi teme la criminalità ci vede una soluzione, chi è nazionalista una difesa. Diventa un guscio vuoto che si riempie con le ansie di chi ascolta.
Quel motivo che resta in testa
Infine, c’è la dinamica dell’appartenenza, del “noi contro il resto del mondo”. Se la musica sentimentale crea una bolla a due per proteggersi dall’esterno, questo slogan fa lo stesso ma al contrario, cioè per esclusione.
Diventa il modo più rapido per riconoscersi tra simili, tracciando una linea netta che separa chi sta dentro da chi resta fuori. In sostanza, sia il brano musicale che l’espressione politica si infiltrano sotto pelle senza chiedere il permesso. Evitano i ragionamenti per parlare alla sfera emotiva e, alla fine, lasciano in testa un motivo che si crede proprio, ma che in realtà è stato sussurrato all’orecchio un giorno dopo l’altro.
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