La legalità e la solitudine delle divise
La morte di Francesco Imprezzabile, agente della Polizia Locale di Milano caduto in servizio durante un inseguimento, non è soltanto una tragedia privata e professionale. È una ferita civile. E le ferite civili, quando non si guardano, diventano retorica, un minuto di cordoglio, una corona, una parola, eroe, e poi tutto torna come prima. La politica ai suoi slogan, la giustizia ai suoi riti, le divise al rischio della vita. Francesco io l’ho conosciuto.
Ho conosciuto lui e i suoi genitori in una spiaggia libera di Mazara del Vallo, in quel lembo d’Italia che guarda il Mediterraneo dal confine meridionale dell’Europa, famiglie normali, lavoro, fatica, dignità, sacrificio. Lì avevo incontrato un giovane orgoglioso della propria divisa e del servizio che svolgeva. Non parlava della sicurezza come di una parola da comizio, ma come di una responsabilità verso gli altri.
In Francesco vivevano due Italie. Il Sud che educa alla famiglia e alla dignità del lavoro. Milano, dove la sicurezza si misura nelle strade, nei quartieri, nelle stazioni della grande città. Il mare di una spiaggia libera e l’asfalto della città più europea del Paese, la semplicità di un ragazzo del popolo e la solitudine di chi deve trasformare la legge in presenza concreta. Per questo la sua morte non può essere archiviata nel rito del cordoglio. Non basta chiamare eroe un uomo in uniforme quando cade, se poi da vivo lo si lascia solo, lo si sospetta, lo si delegittima, lo si disarma moralmente e operativamente.
La sicurezza pubblica non è una bandiera
La politica, sulla sicurezza mostra la sua pochezza, la ama quando deve prometterla, la dimentica quando deve pagarla. La riduce a capitolo di bilancio quando si tratta di formazione, stipendi, contratti, mezzi, tutela psicofisica. Il Parlamento dovrebbe ricordare che dietro ogni norma ci sono donne e uomini chiamati a dare corpo alla legge. La sicurezza pubblica non è una bandiera di parte. È condizione materiale della libertà.
Senza sicurezza, la libertà diventa privilegio di chi può proteggersi da solo e comprare distanza dalla paura. Gli altri dipendono dall’efficienza dello Stato e dalla sua giustizia. Tra i partiti, c’è chi trasforma ogni paura in merce elettorale e c’è chi tratta la sicurezza come parola sconveniente. In entrambi i casi la realtà resta senza linguaggio. E quando la realtà resta senza linguaggio, qualcuno la subisce fisicamente, il cittadino debole, il quartiere abbandonato, l’operatore mandato in strada con tutele aleatorie. Ma la frattura è più sottile e più grave.
La cultura della legalità in Italia dà l’idea di avere due volti, uno astratto, solenne, giudicante, l’altro concreto, faticoso, esposto, incarnato da chi deve far rispettare la legge nella strada. Se questi due volti non si parlano, lo Stato si indebolisce. La giustizia non perde prestigio quando ascolta la realtà. Lo perde quando appare distante dalle dinamiche della vita concreta su cui decide.
Che cosa intendiamo oggi per legalità?
Una parola consumata, oppure un principio vivo che deve farsi presenza, decisione, protezione? La legalità non può essere soltanto un principio astratto che giudica, ma anche forza ordinata che protegge. Se vale solo quando non disturba e non costa nulla, allora non è legalità. È ornamento morale imbevuto d’ipocrisia. Vogliamo ancora che gli uomini e le donne in divisa esercitino le funzioni previste dall’articolo 55 del Codice di procedura penale? Oppure vogliamo ridurli a spettatori dell’illegalità, accusati se intervengono, soli se rischiano, celebrati da morti?
È una domanda che riguarda tutti, dalla Polizia Locale alla Polizia di Stato, e gli operatori caduti nell’adempimento del dovere. Gli operatori delle forze di polizia vivono una contraddizione, evocati come simboli, ma non riconosciuti fino in fondo come lavoratori pubblici, celebrati quando conviene, variabile di bilancio quando chiedono dignità, organici e riconoscimento. Anche la giustizia dovrebbe interrogarsi, con la misura alta che le compete. Gli atti compiuti dagli agenti e ufficiali di polizia giudiziaria nell’esercizio delle loro funzioni, nei limiti dell’ordinamento e per quanto direttamente attestato, sono assistiti da fede privilegiata. Non sono verità assolute. Non fondano immunità. Ma non possono essere degradati a opinione di parte. Il controllo di legalità è essenziale.
La cultura preventiva del sospetto è un’altra cosa. Quando prevale, produce paralisi, solitudine, paura dell’intervento. La sicurezza democratica non promette miracoli e non vende paura. Chiede politica adulta, giustizia equilibrata, amministrazioni efficienti, contratti giusti. Ma la vacuità degli slogan non resta nei palazzi. Scende per strada, si scarica su chi indossa una divisa. E talvolta muore. La cronaca viva impone urgenza, ma solo una riflessione profonda sulla legalità può impedire che il dolore si consumi nel rito del cordoglio. Non si può piangere chi cade e poi lasciare senza risposta le condizioni materiali, giuridiche e morali in cui i servitori dello Stato agiscono. Il popolo non chiede il manganello. Chiede la presenza delle istituzioni.
Quando la Repubblica non arriva, arrivano altri poteri. Mercato illegale, rancore, paura, solitudine, estremismi, crimine diffuso. Francesco e tutti caduti ci lasciano una domanda non addolcibile. Lo Stato può chiedere ai suoi servitori di garantire la legge e poi lasciarli soli ogni volta che la legge deve vivere nella realtà?
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