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Esteri

Trump ingoia il boccone amaro con l’Iran per salvare le midterm. Ma Netanyahu può far saltare tutto

L'analisi della crisi in Medioriente e dei rapporti Usa-Israele

di Enzo Ricci -


Nel Golfo Persico si è aperta una fragile parentesi diplomatica che diversi analisti americani leggono come un calcolo elettorale più che come una svolta strategica. Donald Trump, sotto pressione per una guerra costosa, impopolare e priva dei risultati promessi, avrebbe accettato l’accordo provvisorio con l’Iran soprattutto per evitare che l’impasse militare e politica possa pesare sull’esito delle elezioni di midterm. Il presidente statunitense è pienamente consapevole che l’opinione pubblica americana considera l’aggressione a Teheran, condotta insieme a Israele, un fallimento. Niente cambio di regime, nessuna vittoria sul campo, un costo umano e finanziario enorme.

Le ragioni elettorali della tregua con Teheran

La tregua negoziata in Svizzera, con la creazione di una linea di comunicazione diretta per evitare incidenti nello Stretto di Hormuz, sarebbe dunque un “male necessario” per la Casa Bianca. Un modo per congelare il conflitto, abbassare la tensione e presentarsi alle urne senza un’altra crisi aperta. Ma la pace armata potrebbe durare poco. Israele, continuando a colpire il Libano e a mantenere una postura aggressiva sul fronte settentrionale, rischia di far deragliare l’intesa Usa-Iran prima ancora che produca effetti concreti.

Il braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz

La Repubblica islamica iraniana, dal canto suo, ha ribadito che ogni transito nello Stretto di Hormuz deve avvenire lungo le rotte da lei stabilite. Le Guardie Rivoluzionarie hanno già respinto tre petroliere che tentavano di attraversare il passaggio “senza autorizzazione”, mentre la tv di Stato ha ricordato che l’intesa con gli Usa impegna l’Iran a garantire per 60 giorni il passaggio sicuro delle navi commerciali senza pedaggi. Un gesto di responsabilità, ma anche un modo per riaffermare la sovranità su una delle arterie energetiche più delicate del pianeta.

Intanto, i 22 marittimi iraniani dell’equipaggio del mercantile Lenore/Davina, trattenuti dagli Stati Uniti nell’ambito delle restrizioni sul commercio marittimo, sono stati rimpatriati in Pakistan. È il quarto gruppo liberato in due mesi, segno che la distensione, per quanto precaria, sta producendo effetti immediati sul terreno.

I danni inflitti dall’Iran agli Stati Uniti

Il dossier più esplosivo resta quello militare. Un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che i missili e i droni iraniani hanno colpito ripetutamente la base statunitense di Naval Support Activity Bahrain, danneggiando una dozzina di edifici, infrastrutture strategiche e parte del quartier generale della Quinta Flotta. Il Pentagono ha minimizzato, ma le immagini satellitari e le testimonianze raccolte dal quotidiano americano parlano di danni estesi, tali da spingere Washington a valutare una revisione profonda della propria postura nel Golfo, con la riduzione della presenza in Kuwait e Arabia Saudita, e persino ad ipotizzare di trasferire alcune funzioni in Israele, fuori dalla portata dei missili iraniani.

Sul fronte nucleare, il direttore dell’Aiea, Rafael Grossi, ha avvertito che l’accordo post-bellico richiede un sistema di verifica “molto solido”. Gli iraniani hanno assicurato di non voler sviluppare armi atomiche, ma “le intenzioni non bastano”, ha ammonito Grossi, chiedendo un meccanismo di controllo credibile.

Il fattore Libano

Intanto, il Libano continua a pagare il prezzo più alto dell’instabilità regionale. Raid israeliani nel sud del Paese hanno ucciso due persone e ferito altre, mentre scontri a fuoco hanno coinvolto unità dell’Idf e combattenti di Hezbollah. Netanyahu, parlando ai cadetti dell’esercito, ha confermato che lo Stato ebraico non si ritirerà “senza limiti di tempo” dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza.

La premier italiana Giorgia Meloni e il presidente francese Emmanuel Macron hanno annunciato un’iniziativa congiunta per scongiurare il rischio che la fine della missione Unifil lasci un enorme vuoto di sicurezza nel Paese dei Cedri. Italia e Francia intendono lanciare una coalizione internazionale di sostegno e valutano la convocazione di una conferenza globale dedicata. Un tentativo di impedire una nuova escalation.


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