L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

Rutte oltre il limite: mette in imbarazzo la Nato e irrita Roma

Anche la posizione di Israele complica la situazione

di Ernesto Ferrante -


Nel pieno di una fase internazionale già segnata da tensioni crescenti, le parole del segretario generale della Nato Mark Rutte a Fox News sono risuonate come un colpo di gong fuori tempo e fuori spartito. L’ex premier olandese, con un’enfasi da presunto scoop che sa molto di scoperta dell’acqua calda, ha parlato di “500 aerei statunitensi decollati dalle basi in Italia” per sostenere la fallimentare operazione Epic Fury degli Stati Uniti contro l’Iran. Una dichiarazione che ha immediatamente sollevato un polverone politico e istituzionale, ma soprattutto ha costretto Roma a una puntualizzazione tanto ferma quanto inevitabile.

La replica italiana a Rutte

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha reagito prontamente, chiarendo che l’Italia non ha autorizzato alcuna attività cinetica, ma esclusivamente operazioni tecniche e logistiche previste dai trattati. Ogni richiesta che eccedeva tale perimetro, ha ricordato la Difesa, è stata respinta. Via XX Settembre ha bollato la ricostruzione di Rutte come “fallace”, frutto di una confusione sulla tipologia dei voli e, soprattutto, estranea alle competenze del segretario generale, che non ha alcun ruolo nell’azione militare targata Trump. Una puntualizzazione che, nella forma e nella sostanza, equivale a un richiamo formale.

La polemica strumentale delle opposizioni

Le opposizioni hanno colto l’occasione per chiedere alla premier Giorgia Meloni di riferire in Parlamento. Avs, M5s, Pd e Italia Viva hanno agitato lo spettro di un coinvolgimento occulto italiano nella guerra in Iran. Ma la polemica, più che incisiva, è apparsa stucchevole, ripetitiva, incapace di misurarsi con la realtà dei fatti. Gli Stati Uniti stessi hanno confermato che le missioni non sono partite dal territorio italiano, e le parole di del presidente statunitense contro Meloni, per quanto scomposte, lo dimostrano.

Stefania Craxi e la confusione del segretario generale della Nato

Molto incisiva, invece, è apparsa la posizione di Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, che ha definito le parole di Rutte “totalmente fuorvianti”, denunciando la grave confusione tra voli autorizzati e attività operative. Una critica asciutta, precisa, istituzionalmente centrata. Esattamente ciò che ci si aspetta quando un alleato travalica il proprio ruolo.

Il punto politico è semplice. Il segretario generale della Nato, non nuovo ad esternazioni al limite del ridicolo, non può permettersi improvvisazioni. Il suo mandato è quello di rappresentare posizioni condivise all’unanimità dai membri dell’alleanza atlantica, non di anticipare, interpretare o, peggio, divulgare informazioni non verificate. Per questo, il governo italiano ha il dovere di chiedere una rettifica formale attraverso la propria rappresentanza presso la Nato.

L’uranio dell’Iran

Sul fronte iraniano, intanto, si muove un tassello cruciale. Rafael Grossi, direttore dell’Aiea, ha reso noto che gli ispettori visiteranno i siti di arricchimento dell’uranio. Teheran, però, ha subito precisato che l’accesso sarà possibile solo dopo un accordo definitivo con gli Stati Uniti e la rimozione delle sanzioni. Una partita delicatissima, perché l’uranio è il vero cuore dell’intesa che dovrebbe porre fine alla guerra in maniera definitiva. Ogni ispezione è un atto politico prima ancora che tecnico.

La mediazione pachistana e l’insubordinazione di Israele

Da Islamabad è arrivato un segnale positivo. I colloqui tecnici tra Usa e Iran riprenderanno la prossima settimana. Il Pakistan, mediatore discreto ma efficace, conferma che la pausa è solo temporanea. Un dettaglio non secondario, perché senza quel tavolo la crisi tornerebbe a precipitare.

Negli Stati Uniti, il Senato ha approvato, con un margine minimo, una risoluzione che chiede la fine della guerra. Donald Trump l’ha definita “inutile e priva di significato”, accusando i senatori di ostacolare la sua strategia proprio mentre, a suo dire, “l’Iran è pronto a crollare”. Una reazione che rivela come il fronte interno americano sia tutt’altro che compatto.

A complicare ulteriormente il quadro, è arrivata la posizione di Israele. Il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che le Idf non si ritireranno dal Libano meridionale, neppure su richiesta degli Stati Uniti. La sottolineatura del componente del governo Netanyahu equivale a un atto di insubordinazione strategica e conferma quanto sia fragile la catena di comando occidentale.


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