Leader e programma dove si restringe il Campo Largo
La nuova legge elettorale porta con sé un merito indiscutibile, una virtù che va ben oltre le tecnicalità dei collegi e delle liste, impone finalmente un esercizio di verità nei confronti degli italiani.
Al di là del dibattito sull’importanza cruciale delle preferenze, il cui sacrificio rappresenta un limite evidente, bisogna avere l’onestà di ammettere una responsabilità trasversale; se le preferenze sono state eliminate, è perché l’intera classe politica si è ormai assuefatta al sistema dei nominati, uomini e donne scelti dalle segreterie che, verosimilmente, oggi faticherebbero non poco a raccogliere un consenso reale sul territorio.
Questa colpa, introdotta dalla destra, è stata di fatto adottata e mantenuta dalla sinistra, in un tacito accordo che protegge i privilegi delle cricche partitiche a scapito della sovranità popolare.
Tuttavia, il vero valore di questo sistema risiede nella trasparenza della proposta. Oggi la legge ci costringe a guardare in faccia la realtà; gli elettori hanno il diritto legittimo di conoscere prima del voto chi sarà il candidato alla Presidenza del Consiglio e di esigere un programma chiaro.
È proprio su questo terreno di limpidezza che si svelano le fragilità del campo largo. Mentre a sinistra si sceglie di rifugiarsi in un perenne richiamo ai pericoli democratici o in una retorica infarcita di demagogia, il centrodestra, pur con i suoi difetti, dimostra una capacità di sintesi programmatica oggettivamente superiore.
I numeri raccontano una storia precisa: dal governo Berlusconi in poi, la stabilità dell’esecutivo è stata una rarità per la Repubblica, fatta eccezione per l’attuale guida di Giorgia Meloni. Al contrario, la sinistra ha trasformato l’arte del governo in un esercizio di cannibalismo interno, alternando ciclicamente i propri esponenti e cercando soluzioni acrobatiche per mantenere il potere anche quando le urne segnavano una sconfitta chiara.
Il tallone d’Achille del campo largo oggi è rappresentato dall’incapacità di tenere insieme anime distanti, costringendo riformisti sempre più ai margini a una convivenza forzata con frange massimaliste, il tutto sotto l’ombra di una leadership fantasma. È qui che il velo dell’ipocrisia rischia di strapparsi definitivamente. Senza un volto certo, l’opposizione si perde in un’aporia politica, accarezzando persino l’idea di una staffetta tra leader.
I professionisti dei giochi di palazzo parlano di una staffetta per risolvere il problema Schlein – Conte. Ma proprio questa eventualità, anche se resa pubblica in anticipo, finisce per depotenziare radicalmente l’intera coalizione.
Gli italiani non accetterebbero mai di dare fiducia a una persona, votando per un mandato preciso, per poi vedere colui che ha ottenuto quel consenso farsi da parte a metà percorso. Tale scenario conferma che la mancanza di un leader unico non è solo un ostacolo tattico, ma un tradimento logico della volontà popolare che, in ultima analisi, svuota di credibilità ogni ambizione di governo del campo largo.
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