Non bastano i bonus contro la denatalità. Quando certi argomenti finiscono, come è ovvio e giusto che sia, nel tritacarne del dibattito politico si finisce per credere davvero che basti uno schiocco di dita per risolvere gli atavici problemi di questo Paese. Ieri, per dire, l’Inps ha presentato il 25esimo rapporto annuale. E dentro c’è la fotografia, fedele, dell’Italia. Che lavora, per carità. Ma che continua a scontare ritardi decennali. Sui salari, per esempio. Sui servizi, per giunta. Tutte cose che, su altri piani, stiamo vedendo accadere intorno a noi. Ecco, l’Italia ha un problema con le retribuzioni. Roba nota già dagli anni ’80. La stagnazione, ricordate? E su cui si sta lavorando, pur nella consapevolezza che c’è tanto da fare. I numeri Inps rivelano che le paghe nominali sono cresciute ma il potere d’acquisto non sale.
Bonus, denatalità ma c’è di più: la spirale dei salari
Nel 2025, per poco più di 21 milioni di lavoratori dipendenti, la retribuzione media è stata di 27.649 euro, in aumento del 3,6% rispetto all’anno prima e, addirittura, del 14,5% al confronto dell’era pre-Covid. Ma il denaro è la misura relativa per eccellenza. E succede che l’inflazione si sia divorata il progresso. Nel periodo 2019-2025 la crescita del livello dei prezzi è da collocare in un range tra il 18,2% e il 20,5%. In fondo, se è finalmente emerso che l’Italia era il Paese con le paghe reali più basse d’Europa è stato (anche) grazie all’impennata del carovita.
Il fulcro sta nell’occupazione femminile
La situazione, però, si fa ancora più seria se si bada alla condizione femminile. L’occupazione delle donne rimane bassa. E di figli si continua a farne pochini. L’assegno universale è stato incassato da sei milioni di famiglie. Ma non ha avuto che “un modesto incremento delle possibilità di avere un secondo figlio tra le famiglie di reddito medio, accompagnato da una riduzione dell’occupazione materna, in particolare tra le lavoratrici con un legame più debole al mercato del lavoro”. Se far figli vuol dire perdere il posto, le donne ci rinunciano. L’assegno, da solo, non basta. Servono, secondo l’Inps, strumenti flessibili come l’implementazione dello smart working. E servono i servizi, che restano il grande busillis dell’intera questione denatalità. Va bene il bonus bebé, ma siamo davvero sicuri che gli asili funzionino tutti allo stesso modo garantendo, da Trento a Caltanissetta, tutti gli stessi livelli di prestazioni? Evidentemente non è così, a maggior ragione nel pubblico. Il risultato è che, se continua così, le donne dovranno trovarsi di fronte alla scelta tra la famiglia o il lavoro. E, considerando che con un solo stipendio (e torniamo ai livelli delle paghe reali sempre bassi) non basta, la risposta vien da sé.
“Un ecosistema” di interventi e precondizioni
Però, se si vuol combattere la denatalità sul serio, i bonus servono, eccome, ma bisogna pure ascoltare i dati, i numeri che poi rappresentano le scelte quotidiane, e di vita, dei cittadini. Il presidente Inps Gabriele Fava ritiene che occorra “un ecosistema” di condizioni e provvedimenti legislativi. “L’Italia è un Paese che invecchia, che fa meno figli, che vive più a lungo, che chiede alle famiglie di sostenere una parte enorme della cura quotidiana. La denatalità non è soltanto un fenomeno demografico, ma una domanda sul futuro. La denatalità non si contrasta con una misura sola. Richiede un ecosistema fatto di lavoro stabile, salari adeguati, servizi all’infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere, accessibilità digitale, prossimità territoriale e cultura della condivisione”. Tutte cose che, in Italia, sono problematiche. E lo sono da molto, anzi, moltissimo tempo. “L’Assegno Unico e Universale è ormai un pilastro del sistema. Nel 2025 raggiunge oltre 6 milioni di nuclei familiari e 10 milioni di figli, con un trasferimento di risorse alle famiglie di circa 20 miliardi all’anno”, ma non basta evidentemente. Serve costruire un Paese più giusto, a cominciare dai salari, per restituire un futuro all’Italia.