Donald Trump si sta muovendo sul palcoscenico internazionale con un’ambivalenza che sfiora l’azzardo strategico. Pacificatore in Ucraina, incendiario in Iran. Una duplice postura che non solo indebolisce la credibilità degli Stati Uniti, ma rischia di consegnare alla Cina un ruolo di arbitro regionale che Washington non può permettersi di cedere. Pechino, forte dei suoi canali con Pakistan e Arabia Saudita, osserva e capitalizza, Se l’America apre fronti, il gigante asiatico costruisce influenza, mattoncino dopo mattoncino.
Disordini in Ucraina
Sul fronte ucraino, la retorica occidentale mostra crepe sempre più profonde. I disordini di Leopoli, cuore del nazionalismo di Kiev, dove un’auto militare è stata ribaltata dalla folla dopo l’arruolamento forzato di un giovane, sono la manifestazione più evidente di una tensione che non può più essere occultata. Le parole del difensore civico Dmytro Lubinets, che ha denunciato “violazioni dei diritti durante la mobilitazione” ignorate per anni, confermano che la brutalità del reclutamento è ormai un problema sistemico, non un episodio isolato.
L’apertura condizionata del Cremlino
La propaganda che ha saturato i media europei non basta più a sostenere la narrativa di un Paese “disciplinato” e coeso. I rastrellamenti, le proteste, la radicalizzazione sociale incrinano l’immagine di un’Ucraina eroica e compatta. Se Trump parla di una pace “più vicina di quanto si creda”, il Cremlino risponde con freddezza, pur prefendo il Potus all’Ue come interlocutore. Il portavoce Dmitry Peskov ha avvertito che “un’ulteriore escalation costringerà la Russia a creare una zona di sicurezza più ampia”, lasciando intendere che Mosca è pronta a spingere ancora più avanti la linea del fronte. La pace sarebbe possibile solo a certe condizioni.
Le fonti citate da Reuters hanno aggiunto un altro fattore di preoccupazione. Putin non solo non sarebbe incline al compromesso, ma avrebbe rimproverato i consiglieri che suggerivano un cessate il fuoco. La sua determinazione a conquistare il Donbass resta intatta, e la “probabilità elevata” di una escalation nei prossimi mesi contraddice frontalmente l’ottimismo ostentato da Trump.
L’Iran
Sul versante iraniano, il tycoon ha improvvidamente abbandonato ogni cautela. I raid statunitensi hanno colpito infrastrutture civili, inclusi ponti ferroviari cruciali per i commerci tra Teheran, Pechino e Mosca. La risposta iraniana è stata immediata e durissima. Il ministero degli Esteri ha definito gli attacchi “un grave crimine di guerra” e ha accusato la Casa Bianca di violare gli accordi sullo Stretto di Hormuz, arteria da cui transita un quinto del petrolio mondiale.
Le parole del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf sono inequivocabili: “Lo Stretto di Hormuz si apre solo con gli accordi iraniani, non con le minacce americane”. Un avvertimento che colpisce al cuore la vulnerabilità energetica globale. Ogni scintilla in quell’area può trasformarsi in un incendio planetario. E mentre gli Stati Uniti colpiscono, Pechino si presenta come l’unico attore in grado di dialogare con tutte le parti, consolidando la propria posizione di mediatore credibile.
L’incoerenza di Trump
La combinazione di pacifismo ostentato a Kiev e aggressività a Hormuz sta producendo un effetto devastante. Gli Usa appaiono oscillanti, imprevedibili, incapaci di una linea coerente. Una dinamica che indebolisce il blocco occidentale e rafforza l’asse sino-russo, proprio mentre Washington tenta di contenere l’espansione strategica del Dragone.
Trump sembra convinto che la sua retorica basti a orientare gli eventi. Ma la realtà è più complessa. La Russia, in assenza di una pace vera, è pronta alla guerra totale, l’Iran minaccia ritorsioni dirette, la Cina monitora e avanza. In questo quadro, l’America rischia di trovarsi intrappolata in più crisi simultanee, con un capitale diplomatico eroso e un avversario pronto a colmare ogni vuoto.
Mentre Donald Trump parla di pace, Vladimir Putin si irrigidisce. Mentre Washington colpisce l’Iran, Teheran fa sapere che “l’arroganza non è più gratuita”. Con l’Ue ancora una volta non pervenuta, altri consolidano la propria “posizione”. La strategia Usa, lungi dal pacificare, rischia di alimentare due incendi contemporaneamente. E il mondo, più che avvicinarsi alla pace, sembra scivolare verso la guerra.